Le celebrazioni per il bicentenario collodiano proseguirannoil 17 giugno con la mostra “Pinocchio nel mondo”
Praga, 8 giugno 2026. L’Istituto Italiano di Cultura di Praga (IIC) apre le porte del suo giardino a bambine e bambini di tutte le età con la storia di Pinocchio. Attraverso un percorso scenografico, progettato e realizzato da Daniela e Silvana Nicoletta, sarà possibile scoprire o rivivere per tappe le avventure del burattino più famoso del mondo, in compagnia di figure che hanno caratterizzato l’immaginario di milioni di lettori, quali Geppetto e Mangiafuoco, il Grillo parlante e la Fata turchina, il Gatto e la Volpe e la Balena. Il “giardino incantato nel cuore di Malá Strana” accompagnerà tutta l’estate praghese e sarà visitabile fino al 12 settembre, dal martedì al sabato, dalle ore 15 alle 19, con aperture straordinarie il fine settimana.
Le celebrazioni per il bicentenario della nascita di Carlo Collodi (1826 – 1890) proseguiranno con l’allestimento della mostra “Pinocchio nel mondo” nel suggestivo cortile dell’IIC. In collaborazione con la Fondazione Nazionale Carlo Collodi e il Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Carlo Collodi, dal 17 giugno al 17 settembre saranno esposte sotto i portici dell’Istituto le versioni digitalizzate di 79 copertine d’artista del libro “Le avventure di Pinocchio”, nelle edizioni di 40 paesi. La Repubblica Ceca e la Slovacchia saranno presenti con quattro versioni illustrate da Vincent Hložník, Helena Zmatlíková e Stanislav Dusík. Un’occasione per scoprire come la storia del burattino più famoso della letteratura abbia attraversato lingue, culture e continenti, diventando un patrimonio condiviso da generazioni di lettori in ogni parte del mondo.
“L’idea di trasformare il nostro giardino nel Giardino di Pinocchio nasce dal desiderio di condividere con il pubblico una delle storie più amate di sempre, nata dalla fantasia di Carlo Collodi, e di proseguire nel nostro impegno ad aprire alla città sempre più spazi dell’Istituto. – ha dichiarato Marialuisa Pappalardo, Direttrice dell’IIC – Abbiamo deciso di trascorrere un’estate in compagnia di Pinocchio, e ci siamo riusciti grazie alla splendida mostra realizzata in collaborazione con la Fondazione Nazionale Carlo Collodi, che ringrazio nella persona del Presidente Giordano Bruno Guerri, per la fiducia e l’entusiasmo con cui ha accolto questa iniziativa”.
“Inizierà proprio dalla meravigliosa sede praghese dell’Istituto Italiano di Cultura la mia attività di rilancio di Pinocchio nel mondo. Il celeberrimo burattino non ne ha bisogno, ma il libro di Carlo Collodi che racconta le sue avventure, sì: nuove traduzioni e – soprattutto – l’affermazione del concetto che si tratta di un libro a più livelli di lettura, che è il caso di leggere anche da adulti. Ringrazio dunque per l’iniziativa la Direttrice dell’IIC Marialuisa Pappalardo, oltre ai visitatori di questa splendida mostra”. Così Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Nazionale Carlo Collodi.
Giorni festivi ufficiali Repubblica Ceca: elenco completo
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Quali sono le principali festività in Repubblica Ceca? Ecco l’elenco di tutti i giorni considerati festivi a livello nazionale e dunque osservati da aziende, istituzioni ed esercizi commerciali, oltre a una breve spiegazione della festività.
Giorno dell’Indipendenza della Cecoslovacchia / Commemorazione della fondazione della Cecoslovacchia dopo la Seconda Guerra Mondiale (vedi anche questo articolo)
Perché Krtek e i diminutivi cechi (-ek, -iček) ti insegnano la grammatica ceca
Come si declina Krtek: la tabella completa dei diminutivi cechi -ek e -iček
Il punto è però che la parola Krtek (talpetta, talpa si dice krt), ha una declinazione tutta particolare ed è una declinazione molto diffusa: tutti i diminutivi dei nomi maschili cechi infatti, ovvero tutte le parole che finiscono in -ek e -iček (da stolek a Lojziček), si declinano secondo questo modello qui sotto. E anche parecchi monosillabi come den e sen.
Come noterete, la E è presente solo nel nominativo singolare. E vale per pressoché tutte le parole che finiscono in -ek ed -ec. Krtek diventa Krtka, stolek passa a stolku, Lojziček a Lojzička (perché è animato), Sen e Den a Snu e Dnu, Sedlec diventa Sedlce. Niente, così è e dovete farvelo andar bene. Questa cosa in ceco si chiama “pohyblivé E” (E mobile).
Da dove viene la ‘pohyblivé E’ mobile del ceco (il protoslavo)
Se però voleste mai sapere perché questa cosa accade, possiamo fare un salto indietro di mille e passa anni. O meglio, facciamolo prima di 1000 e passa chilometri verso est e andiamo in Russia.
Se mai vi siete confrontati con l’alfabeto della lingua parlata in quel paese in effetti, avrete notato che molte lettere sono simili alle nostre, salvo poi avere una pronuncia completamente diversa (citiamo a caso H, P e Я che in realtà sono N, R e Ja). Ve ne sono poi due che somigliano a una “b” minuscola, ovvero “ъ” e “ь”1 e che hanno l’invidiabile funzione di non servire a nulla nella maggior parte dei casi2. Posto che d’ora in avanti “ъ” e “ь” li indicheremo per lo più con un apostrofo e li chiameremo “jer” (duro il primo e molle il secondo), ci ricolleghiamo al principio per cui l’eccezione di oggi è la regola di ieri.
Ovvero se questi due Jer (il primo in particolare) oggi sono inutili, in passato dovevano servire a qualcosa. E così è. Tanto che perfino il rumeno se li è presi nel suo alfabeto e li chiama ă e î. La regola di ieri comunque si chiama…
La legge della sillaba aperta nel protoslavo: come funzionano gli jer cechi
Ecchevvordì? Beh, qui giochiamo in casa, dato che a occhio anche l’italiano deve averla avuta per un certo periodo, almeno in fine di parola. Sillaba aperta vuole infatti dire che la sillaba termina in vocale. E se ci pensate in italiano praticamente qualsiasi parola finisce in vocale.
Ora di lingue che, ad oggi, hanno la legge della sillaba aperta totale (cioè in ogni sillaba esistente in quella lingua) mi viene in mente solo il giapponese. Se ci pensate infatti, i giapponesi hanno solo parole tipo Fu-ji-ya-ma, O-ki-na-wa, Ya-na-gi-sa-wa. Per lo stesso motivo i personaggi di Naruto dicono “chakura” invece di chakra, o ancora lo Schneider di Holly e Benji in originale lo chiamano “Šinaide”: semplicemente, per loro è impossibile chiudere una sillaba con la consonante.
Ecco, il protoslavo aveva questa stessa regola e pure del tipo totale. Buffo per delle lingue che a una certa hanno fatto un genocidio di vocali e adesso praticamente quasi non hanno più. Qui entrano in gioco gli jer, che appunto a suo tempo erano delle vocali ed avevano un loro suono. Non sappiamo quale fosse questo suono perché non abbiamo registrazioni audio del periodo, ma erano vocali.
Questa cosa la sappiamo proprio per il fatto che in russo alcuni jer sono rimasti in posizioni assolutamente inutili. Le posizioni utili per lo jer molle sono dietro a consonanti dure, perché le fanno palatalizzare (ad esempio in russo “ň” si scrive “нь”). Per lo jer duro invece non ce ne sono. Abbiamo quindi parole come rus’ (che significa rus come in latino) o step’ (che non significa step come in inglese ma steppa come in italiano). In queste parole gli jer ci sono rimasti perché, boh, magari un russista lo sa.
Ma noi siamo qui per suonarcela e cantarcela parlar di ceco e spiegarvi che fine hanno fatto gli Jer in questa lingua. Anche qui, nel passaggio dal protoslavo al ceco, le cose hanno seguito un principio ben preciso.
Principio di caduta e vocalizzazione: come gli jer si sono trasformati in ceco
Questo principio in ceco è detto Havlíkovo pravidlo (regola di Havlík). Messa così sembra piuttosto complessa e in effetti l’enunciato di questa regola non è molto più semplice di una legge fisica. Quindi cerchiamo di spiegarlo nel modo più semplice possibile. Il principio dice:
“contando dalla fine della parola, gli jer IN POSIZIONE dispari cadono (spariscono) e quelli IN POSIZIONE PARI VOCALIZZANO (si trasformano in “E”)“
Spieghiamolo un po’ in concreto aiutandoci con la parola DEN (giorno). Essa in protoslavo si scriveva D’N’ (дънъ – c’erano, appunto, due jer). Ora:
Contando da fine parola, lo jer dietro alla N è in prima posizione (dispari) e quindi cade.
Lo jer dietro alla D è in seconda posizione (pari) e quindi si trasforma in “E”. Così abbiamo Den.
Se passiamo però al genitivo, notiamo che in protoslavo era d’nu (дъну). E il fatto che dietro la N non ci sia uno jer ma la U fa sì che lo jer dietro alla D si trovi in prima posizione, quindi dispari. Insomma, deve levarsi dal c*zzo cadere e la parola ceca diventa DNU. Così in tutta la declinazione.
E così il genitivo plurale per holka è holEk, proprio perché anticamente era hol’k’ e il primo jer è caduto mentre il secondo si è fatto “E”.
Certo. Ora potete venirmi a dire che in quel Krt all’inizio di Krtek o almeno di Krtka, secondo questa regola, dovrebbe esserci una qualche E. Sono d’accordo con voi. Non so perché manchi3. Chiedetelo a Havlík, che la regola la ha inventata.
Altre cose inutili (e perché la lingua ceca è piena di eccezioni)
1. Nel vocalizzare lo jer, in linea di massima le tre famiglie di lingue slave hanno la loro vocale preferita:
per la famiglia ovest (ceco, polacco, slovacco) essa è E (sen, sogno)
per la famiglia jugo (sloveno, bulgaro, macedone e serbocroatobosniacomontenegrino4) essa è A (san, sogno)
la famiglia est (russo, bielorusso, ucraino) infine preferisce la O (son, sogno).
2. La regola di Havlík vale solo per il ceco, e se mai inizierete ad avventurarvi nel superfluo magico mondo dello slovacco ve ne accorgerete.
Note
1 Poi c’è “Ы” che è la “y” ceca. 2 Perché trollare un po’ i russisti in sala fa sempre piacere. 3 penso sia dovuto al fatto che R ed L nei gruppi di consonanti si contano come vocali. Tant’è che nella famiglia est sono diventate tutte O (questa cosa si chiama pleofonia): vlk diventa volk, hrad diventa gòrod, hlava diventa golovà. 4 Altrimenti si offendono anche se parlano la stessa lingua.
Pace, bene e un Пифферъ Хъристолюбець a tutti
Qua potete trovare tutti i numeri della nostra rubrica ceco in pillole
Chi vive a Praga da molto li conosce bene, ma va anche detto che questi strani aggeggi stanno acquisendo popolarità negli ultimi tempi. Si tratta degli ascensori paternoster a Praga.
Come funziona l’ascensore paternoster: senza porte e in continuo movimento
Parliamoci chiaro, i paternoster (che sono chiamati così perché vagamente simili a un rosario) non sembrano il massimo della sicurezza. Non hanno porte e non si fermano, semplicemente, ruotano a ciclo continuo e quando l’ascensore attraversa lo spazio della porta, bisogna saltare sopra. Idem, per scendere bisogna saltare.
La mia prima esperienza con un paternoster a Praga
L’arrivo in ufficio e il primo impatto con l’ascensore
Io stesso, la prima volta che li ho visti, sono rimasto un po’ interdetto. Ero in un edificio vicino al Palladium dove aveva la sede un’agenzia interinale per cui dovevo fare un colloquio. Non era la Grafton, sia chiaro. In ogni caso, o saltavo sul paternoster o addio colloquio. In effetti.
Sicurezza del paternoster: blocchi d’emergenza e funzionamenti
Manovre di salita e discesa: come si entra e si esce in sicurezza
Elemento positivo, la maggior parte dei paternoster è dotata di funzionalità di sicurezza che dovrebbero impedire che ciò accada. Le singole parti dell’ascensore si bloccano se qualcosa rimane incastrato. Inoltre, anche se mancate l’uscita all’ultimo piano, non c’è nulla da temere, perché il paternoster fa il giro senza ribaltarsi, né schiacciarvi contro strani ingranaggi (però se fate il giro, lo fate a vostro rischio). In questo video potete vedere come funzionano.
Dove trovare ascensori paternoster a Praga: le location accessibili
I nuovi regolamenti europei hanno impedito la costruzione di nuovi paternoster nella maggior parte dei paesi, inclusa la Repubblica Ceca. Ad ogni modo, in tutta Praga, i paternoster sono tantissimi. Tra quelli accessibili, uno si trova nel pasáž Lucerna, vicino a Piazza Venceslao. Un altro è nella sede del comune di Praga, aperto al pubblico fino alle 17. Qui poi trovate tutti i paternoster attivi nel paese.
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▎ Articolo revisionato a giugno 2026 — i contenuti sono aggiornati.
Si era detto nel primo numerodella nostra rubrica, che il ceco è una lingua ostile, un elemento che aumenta il livello di handicap nei confronti di questa lingua è la diglossia.
Il termine “diglossia” indica la compresenza di più lingue o varietà sociogeografiche diverse di lingue sociofunzionalmente ben differenziate, cioè usate dalla comunità parlante con specializzazione per diverse funzioni. Alcuni esempi tipici di diglossia vennero analizzati da Charles Ferguson, lo studioso che introdusse il concetto. I suoi viaggi in Svizzera e a Haiti lo portarono a descrivere i diversi ambiti di uso dei dialetti di svizzero tedesco in rapporto al tedesco standard, come anche tra la lingua haitiana e il creolo usato sull’isola.
Si era detto nel primo numero della nostra rubrica, che il ceco è una lingua ostile, un elemento che aumenta il livello di handicap nei confronti di questa lingua è la diglossia ceca.
Le 3 differenze fondamentali della diglossia ceca: hovorová vs.யயstvá
Se non avete studiato ceco in Italia e lo avete imparato a Praga, molto probabilmente avete imparlato la lingua parlata (hovorová čeština), che differisce dalla scritta (spisovná čeština) per tre semplici aspetti.
si dice “ej”, si scrive “ý” – esempi classici dobrej/dobrý (buono, aggettivo maschile), tejden/týden (settimana)
si dice “ý” o “í”, si scrive “é” – esempi classici dobrý/dobré (buono, aggettivo neutro), polívka/polévka (minestra), votevříno/otevřeno (aperto)
a inizio parola, si dice “vo” e si scrive “o” – – esempi classici votevříno/otevřeno (aperto), voko/oko (occhio), vokno/okno (finestra)
La ‘V’ iniziale: eccezione alla regola della diglossia ceca
Tenete conto che le prime due regole sono sistematiche, la terza è quasi sistemtica perché, come ricorda il professor Severus
Non ho mai capito perché ogni tanto la V non si mette, credo sia per il numero di “ov” nella parola. Ad esempio non ho mai sentito nessuno dire ‘vovoce’, per fortuna (ovoce, frutta)
Quando la diglossia ceca non funziona: eccezioni pratiche
Ora, sapere queste differenze non vi serve a molto, non è che se dite U vystřeleného oka anziché U vystřelenýho voka (bar, di Žižkov, marcio) la gente non vi capisce. Però magari sapere la scrittura corretta vi torna utile per cercare i nomi dei bar su internet.
Origini della diglossia ceca: dalla Battaglia della Montagna Bianca al Temno
Qui il punto è spiegare come tutto ha avuto inizio. E non è stato un bell’inizio. Si torna al 1620, il 20 novembre, con la Battaglia della montagna bianca. La Montagna Bianca (Bílá hora) non ho mai capito dove sia, comunque è il capolinea del 22. A parte questo, la battaglia è stata combattuta come al solito tra cechi e austriaci, e come spesso accade i cechi hanno perso.
Cosa che ha prodotto diverse conseguenze. Nobili e intellettuali giustiziati su due piedi. Nobili e intellettuali esiliati – tra i tanti anche Jan Amos Komenský, che tutti conoscete perché il suo faccione è effigiato sulla banconota da 200 corone. Il motivo della battaglia era, come spesso accade, la differenza religiosa tra etnie. Gli austriaci erano cattolici, i cechi erano protestanti.
Avete presente? I protestanti traducono i testi sacri, i cattolici no.
200 anni di silenzio ceco
Il Temno: 1620-1820, il divieto di scrivere in ceco e la creazione della diglossia ceca moderna.
Ovviamente la vittoria dei cattolici impose la proibizione di tradurre i testi sacri. Ma portò anche al divieto totale di scrivere in ceco, in questo modo gli Asburgo intendevano impedire la formazione di una classe intelletuale ceca. Iniziò un periodo definitò “Temno” (oscurità), che durò fino al romanticismo. Si poteva solamente scrivere trattati sul ceco, e questi trattati, detti “Difese della lingua” (Obrany jazyka Českého) venivano scritti in latino.
Come Dobrovský e Jungmann hanno salvato la lingua ceca
Con il romanticismo, come in tutta Europa, molti filologi iniziarono a ricercare le origini della lingua e a rivolgere il loro interesse alle lingue minoritarie. Nel nostro caso, a iniziare tutto furono prima Dobrovský e poi Jungmann (quello di Jungmannovo Náměstí). Di fatto però questi non sapevano una parola di ceco, erano madrelingua tedeschi. Ovviamente, dopo 200 anni di Temno il ceco lo parlavano solo gli zappaterra.
Quindi Dobrovský prese a fare un dizionario ceco-tedesco basandosi sugli ultimi testi che erano stati scritti in ceco. Quelli di Komenský insomma. Ora, in 200 anni di Temno il ceco degli zappaterra, un po’ come succede a tutte le lingue, era andato avanti per la sua stradae ormai era molto diverso da quello di Komenský. Questo ha portato alle differenze di cui sopra.
E tenendo conto che, in 200 anni senza scrittura, una lingua non ha alcun tipo di freno che possa ostacolarne l’evoluzione, siamo anche fortunati che le differenze siano così poche.
Qua potete trovare tutti i numeri della nostra rubrica ceco in pillole
Praga, 4 giugno 2026. Il primo ministro della Repubblica Ceca Andrej Babis e una nutrita rappresentanza del governo, tra cui il vice premier e ministro dell’Industria e Commercio Karel Havlicek, il Vicepremier e Ministro della Difesa Jaromir Zuna, nonché i ministri di Giustizia, Trasporti, Sport e Sviluppo regionale hanno partecipato il 2 giugno a Praga al ricevimento organizzato dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura (IIC) in occasione della Festa della Repubblica. Le celebrazioni sono state aperte dalla banda militare del Castello che ha eseguito nel cortile dell’Istituto gli inni nazionali italiano e ceco e l’inno dell’Unione Europea. Ad accogliere i quasi mille invitati del mondo politico, economico, culturale e diplomatico sono stati l’ambasciatore Alessandro Gaudiano e la direttrice dell’IIC, Marialuisa Pappalardo, che ha ospitato l’evento nei giardini dell’Istituto. Nel suo intervento l’ambasciatore Gaudiano ha sottolineato il rapporto speciale fra Italia e Repubblica Ceca, fondato su amicizia, sintonie culturali e comune appartenenza europea, rimarcando il contributo delle imprese, delle istituzioni culturali e della comunità italiana al rafforzamento dei legami tra i due Paesi. Il Primo Ministro Babis ha evidenziato il carattere strategico delle relazioni tra Repubblica Ceca e Italia, ricordando la crescente cooperazione nei settori dell’energia, dell’innovazione, delle nuove tecnologie, della difesa e della sicurezza, sottolineando l’eccellente stato dei rapporti bilaterali marcato dal suo incontro a Roma con il presidente del Consiglio Meloni e la convergenza di interessi in Europa.
Gli ospiti hanno anche avuto modo di ammirare negli spazi dell’Istituto la mostra “Napoli rivive la grande scena. Figurini teatrali a Napoli”, che nell’ambito degli eventi per la celebrazione dei 2500 anni della città di Napoli ha portato a Praga figurini, opere di materiale teatrale e costumi di scena della prestigiosa collezione della Fondazione Adelaide e Maria Antonietta Pagliara, mettendo in dialogo arte, musica, moda e spettacolo. Spazio anche alla fantasia con il giardino di Pinocchio, un percorso scenografico ideato e realizzato negli spazi dell’Istituto dove grandi e piccoli si sono immersi nell’avventura del burattino più famoso del mondo.
L’evento è stato realizzato col sostegno di UniCredit Bank e Signorvino e il supporto di numerosi sponsor quali Axevera Consulting, Brazzale Moravia, Dolce Mente, Ferrero, Fiat, Farina, Assicurazioni Generali Ceska Pojistovna, Lore Mala Strana, Manghi Czech Republic, Mattoni 1873, Navalis, Raffaello e Segafredo Zanetti. Partner delle celebrazioni: la Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca (CAMIC), il Comitato degli italiani all’estero (Comites) della Repubblica Ceca e l’Agenzia ICE – Italian Trade & Investment Agency.
Una delle regole fondamentali che ci insegnano alle lezioni di ceco è che la Ú si scrive a inizio della parola e la Ů alla fine. Ma i cechi non sanno perché “Ú” e “Ů” esistono.
La pronuncia di “Ú” e “Ů” è la stessa, quindi la regola della lingua ceca non sembra necessaria. Quindi a che serve avere due caratteri diversi sulla tastiera? In realtà a nulla, ma almeno spieghiamo da dove queste due lettere sono saltate fuori nella storia della lingua.
Ciao, sono il dittongo!
La Ú (esattamente come le colleghe Á, É, Í, Ó, e Ý) esiste in ceco sin dall’inizio della sua storia. La Ů invece è arrivata dopo e quindi la vedremo più tardi.
Quello che ci interessa è che le lingue sono soggette a un’evoluzione continua (cosa che ai “si dice pettegolezzo, non gossip” non deve far troppo piacere). Soprattutto quando il livello di alfabetizzazione è basso e si scrive poco.
Come la lingua ceca si è trasformata nel Medioevo: il dittongo OU
In ogni caso, per questo fatto che la lingua non è eternamente uguale ma si evolve, la Ú a una certa (alto medioevo) si è trasformata in OU. Quella che prima era “múka” è diventata “mouka”. Questo fenomeno si chiama dittongazione. Non bastasse, si tratta di una dittongazione completa, ovvero è accaduta per qualsiasi parola. Tranne che in un caso. Se la Ú era la prima lettera, è rimasta così com’era, ad esempio in Újezd. Notate infatti che in slovacco questa cosa non è successa e infatti gli slovacchi la farina la chiamano ancora “múka”.
La dittongazione medievale della lingua ceca: da Ó a Ů
Assieme alla Ú, all inizio dei tempi, c’era anche la Ó, che ha subito un processo di mutazione simile e ancora più completo, tanto che è sparita completamente. Guardate una tastiera ceca e ditemi dove sta la Ó. Non c’è! E infatti in ceco la trovate solo a mo’ di scimmiottamento dell’accento in parole straniere – solo due me ne vengono in mente: “próza” e “diagnóza” (spero non servano spiegazioni).
La Ó a una certa (sempre alto medioevo) ha subito, come la Ú, la sua dittongazione ed è diventata UO. E questo fenomeno, oltre che completo, non ha avuto eccezioni. Stól quindi è diventato stuol e sól è diventato suol, o, per chi sa i genitivi plurali, kusóv è diventato kusuov (e poi la v è caduta, ma pazienza).
Nascita della Ů: come la lingua ceca si è ricontratta nel XIV-XV secolo
Ora, il fatto che qualcosa cambi in una lingua, non significa che non possa cambiare di nuovo. In questo caso è andata più o meno così. Il dittongo UO, sempre a una certa (XV secolo), si è ricontratto in una U lunga identica alla Ú. Per qualche motivo però, i cechi di allora dovevano essersi affezionati alla O e hanno deciso di tenersela, mettendola sopra alla U. Nacque così la Ů (vedi foto).
“Ú” e “Ů”: eccezioni che non sono eccezioni
Tralasciando per un attimo che in una lingua le eccezioni di oggi sono i resti delle regole di ieri, esistono effettivamente dei casi in cui la Ů sta nella prima sillaba e la Ú sta da altre parti che non dovrebbero competerle.
Se la Ú non sta all’inizio i casi sono sostanzialmente due:
è una parola composta, ad esempio troj-úhelník (tri-angolo) o z-účastnít (partecipare). In questo caso, la ú sta all’inizio della sua parola.
è una parola straniera, quindi per conformità grafica si trasforma il ragù in ragú (per dire).
La Ů invece sta nella prima sillaba quasi solo in parole monosillabe(1), e in queste parole ovviamente una volta c’era la Ó. Sono quelle che ho detto prima: stůl (tavolo), sůl (sale), bůh (dio), kůň (cavallo). Da che potrebbe ora saltare fuori una seconda domanda.
Perché stůl diventa stole: la O che sopravvive nella declinazione
Già, perché tutte le parole monosillabi con la Ů al nominativo singolare poi nel resto della declinazione hanno sempre la O? E perché “divino” si dice božský se dio è bůh(2)?
Beh, quella O sta in quelle declinazioni dai tempi in cui ancora esisteva la Ó. Il punto è che “O” e “Ó” sono due vocali diverse e quella che si è dittongata è solo la seconda.
Sì, “O” e “Ó” sono due vocali diverse (come A e Á e via dicendo). Oggi gli italiani questa cosa non la sentono più ma una volta ci riuscivano (solo che parlavano latino: vi ricordate di “ā” e “ă”?). E volendo scomodare una lingua che è sia viva che più facile dell’italiano, pensate alla differenza tra “bee” e “be”. Questa cosa che una vocale è leggermente più lunga di un’altra si chiama quantità vocalica e chi vuole può saperne di più leggendo qui.
E ora mi si chiederà perché c’era questo alternarsi di Ó e O nella stessa parola? Se ci pensate, noterete che questa cosa in ceco esiste da altre parti. Ad esempio nei verbi. Il passato di spát è spal (e anche questa è una cosa regolare per i verbi).
Questo perché la vocale nella radice della parolacambiava, e cambia ancora, per segnalare una funzione grammaticalediversa. Il plurale nei nomi, il tempo nei verbi. Questa cosa si chiama apofonia e, anche se c’ha un nome strano, tutte le lingue “euro” del gruppo indoeuropeo la hanno. In tedesco Wald diventa Wälder (pron. vélder), in inglese forget diventa forgot. Pensate un po’, qualcosa è rimasto anche in italiano, ad esempio quando dovere diventa devo.
Ringrazio proofreading.cz che mi ha dissipato alcuni dubbi sulla Ú.
(1) způsob e zůstat, non credo ce ne siano molte altre.
(2) vaben, con questa mi sono fregato da solo e dovrò spiegare anche perché la H diventa Ž, ma pazienza.
Qua potete trovare tutti i numeri della nostra rubrica ceco in pillole
Focus su cyber intelligence, sicurezza digitale e tecnologie investigative
Praga, 3 giugno 2026. In occasione dell’ISS World Europe 2026 di Praga, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati ai settori della cyber intelligence, della sicurezza digitale, delle intercettazioni legali e delle tecnologie investigative, l’Ambasciatore d’Italia Alessandro Gaudiano ha visitato la manifestazione fieristica, incontrando i rappresentanti delle aziende italiane partecipanti, tra cui figurano IPS S.p.A., SIO S.p.A. Group, AREA S.p.A. e Innova S.p.A., realtà attive nello sviluppo di tecnologie avanzate per la sicurezza, l’intelligence, il monitoraggio delle comunicazioni, la cyber intelligence e l’analisi investigativa. L’Ambasciatore ha espresso apprezzamento per la qualificata presenza italiana alla manifestazione, assicurando la disponibilità dell’Ambasciata a sostenere specifiche esigenze delle imprese. L’iniziativa ha rappresentato inoltre una importante occasione per valorizzare le competenze e il know-how dell’industria italiana in un settore ad alto contenuto tecnologico e strategico.
ISS World Europe riunisce ogni anno operatori del settore, rappresentanti istituzionali, forze dell’ordine, agenzie governative ed esperti provenienti da numerosi Paesi, confermandosi come uno dei principali forum internazionali dedicati alle tecnologie per la sicurezza e le investigazioni digitali.
Di gite da fare in giornata partendo da Praga ce ne sono a decine. Il problema è capire cosa vale il viaggio e tempo speso. Dopo anni che vivo qui, ho visto amici e parenti tornare da certi tour con la faccia di chi ha speso 150 euro per vedere un paesino dimenticabile. Ecco quelli che funzionano davvero. I dati sono quelli delle esperienze con rating e recensioni verificati.
Český Krumlov e Holašovice
Český Krumlov è il classico posto da cartolina, ma il problema è che d’estate è un formicaio. La soluzione è andarci con un gruppo piccolo (max 8 persone) e con una guida che conosce gli orari per evitare la folla. Questo tour da 10 ore costa 149 euro a persona e include il villaggio UNESCO di Holašovice, che da solo vale la deviazione: case in stile “barocco popolare”, nessun negozio di souvenir, silenzio. La guida porta a vedere anche artigiani locali (fabbri, pellettieri). Rating 5.0 su 82 recensioni. Se vuoi fare le cose per bene, è una scelta sensata: il tour di Český Krumlov e Holašovice per piccoli gruppi parte con prelievo in hotel e finisce dopo cena.
Kutná Hora con ossario e villaggio folkloristico
Kutná Hora si fa in 8 ore e costa 139 euro. La maggior parte dei tour ti porta lì, ti fa vedere la Chiesa delle Ossa (Sedlec) in 20 minuti e ti riporta a Praga. Questo tour invece inizia con un museo all’aperto di villaggio popolare, roba che quasi nessun turista vede. Poi si passa a Kutná Hora vera e propria: due cattedrali, il cortile italiano, la zecca. Il ritmo è rilassato, niente corse. Rating 5.0 su 76 recensioni. Chi ha già visto l’ossario e vuole capire qualcosa di più della Boemia rurale, prenoti il tour di Kutná Hora, ossario e villaggio folkloristico.
Paradiso Boemo, castello e birrificio artigianale
Il Paradiso Boemo (Český Ráj) non ha il richiamo mediatico di Český Krumlov, ma per chi vive a Praga è la gita di un giorno più amata. Formazioni di arenaria, un castello (Hrubá Skála), e un birrificio artigianale. Il tour costa 125 euro e dura 8 ore. Si cammina su sentieri facili, niente arrampicata. La parte migliore è la birreria: nella descrizione del tour non specificano il nome, ma chi lo ha fatto racconta di birra non filtrata servita in un podere con vista sulle rocce. 5.0 stelle su 62 recensioni. È il tour giusto se hai già visto abbastanza chiese e vuoi un po’ di natura senza esagerare: il tour del Paradiso Boemo con castello e birreria funziona anche con bambini.
Svizzera Sassone: Bastei e Dresda
La Svizzera Sassone è in Germania, a due ore da Praga. Il tour da 9 ore costa 121 euro e porta prima al ponte Bastei (vista sull’Elba, formazione rocciosa, foto obbligatorie) e poi a Dresda per una passeggiata guidata nel centro storico restaurato. Non c’è niente di improvvisato: il programma è collaudato, la guida parla italiano. Rating 5.0 su 47 recensioni. Il tour di Dresda e Bastei Bridge è un modo furbo di vedere due paesi in un giorno senza stress. Porta un maglione: sul ponte tira vento anche d’estate.
Karlovy Vary all-inclusive
Karlovy Vary è la città termale più famosa della Repubblica Ceca. Il tour costa 185 euro per 10 ore, rating 5.0 su 33 recensioni. Include la funicolare alla torre Diana, degustazione di acque termali, pranzo e un giro nei colonnati. È il più caro della lista, ma è tutto incluso (pranzo, ingressi, guida) e non ci sono sorprese. Se ti piace l’architettura asburgica e non hai problemi a spendere, la gita a Karlovy Vary è un classico che non tradisce.
La parola deriva dall’inglese “hoy” ed era nata come termine per attirare l’attenzione dei marinai. Com’è riuscita a spopolare in una nazione priva di mare?
Ahoj è un saluto informale utilizzato nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, sia per dare il benvenuto che per salutare. Gli etimologi dell’Istituto della Lingua Ceca credono che questo termine derivi dall’inglese “hoy”: una parola originariamente usata dai marinai. Si trattava infatti di un’esclamazione navale, usata per attirare l’attenzione dei membri dell’equipaggio o come saluto generale.
Ahoj è un saluto informale utilizzato nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, sia per dare il benvenuto che per salutare. Gli etimologi dell’Istituto della Lingua Ceca credono che questo significato di ahoj derivi dall’inglese “hoy”: una parola originariamente usata dai marinai. Si trattava infatti di un’esclamazione navale, usata per attirare l’attenzione dei membri dell’equipaggio o come saluto generale.
Una possibile spiegazione è che che il termine si sia stato adottato inizialmente tra i barcaioli di fiume, che lo avevano appreso dai marinai di Amburgo. Altri pensano che invece siano stati i canoisti a diffondere questo termine nella terraferma.
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Teorie fantasiose su Ahoj: dall’acronimo di Hitler al latino religioso
Ma ci sono anche teorie più fantasiose.
Come quella che vede Ahoj come l’acronimo di “Adolfa Hitlera oběsíme jistě”, ovvero “impiccheremo Adolf Hitler”. Altri invece lo attribuiscono al latino religioso “Ad honorem Jesu”.
L’Istituto della Lingua Ceca non prende posizione su come il saluto sia arrivato qui, ma scrive che a metà del XX secolo era utilizzato da “escursionisti, scout, atleti e giovani”. E tutt’ora ahoj è riservato agli ambienti più informali o ai giovani: evitatelo in contesti lavorativi o con persone più anziane, soprattutto se non avete confidenza con l’interlocutore.
Ma le origini “acquatiche” della parola sono ancora evidenti: visitando qualsiasi fiume ceco durante l’estate si trovano flotte di rafters e canoisti, che salutano allegramente tutti quanti con un ahoj a voce alta.
Se vi siete ormai abituati al più serioso “dobrý den” il modo casuale in cui viene gridato ahoj può risultare una sorpresa. Tuttavia, una volta che i rematori sono tornati sulla terraferma, tornano quasi immediatamente alle formalità regolari.