Studiare una lingua straniera è propedeutico all’emigrazione. In un periodo in cui gli italiani emigrano sempre più spesso per sventura, ovvero per le scarse offerte della madrepatria, Italia Praga One Way intervista tre italiani per cui l’emigrazione era certa già al momento della scelta di un corso di studi.
Parliamo di Salvatore Marchese, Davide Sormani e Michele Sirtori, fondatori della Poldi Libri, una casa editrice veneta ma diretta da Brno (Rep. Ceca), che traduce solo ed esclusivamente libri cechi.
Come è nata la casa editrice Poldi Libri
Come è nata la vostra idea di fondare una casa editrice?
(Marchese) L’idea è di Michele Sirtori. Consci del fatto che le grosse case editrici non sempre hanno interesse per le letterature di nicchia – per la letteratura ceca solo dopo invasioni di carri armati o rivoluzioni – tutti noi si stava lì a vagheggiare su chissaché. Michele invece propose di mettere in piedi una casa editrice e di curare i libri dalla traduzione alla distribuzione, passando per impaginazione, copertina, stampa. La sede legale sarebbe stata casa sua a Portovaltravaglia. Tutti vivevamo in luoghi diversi, ci eravamo però conosciuti in vario modo, perché studiavamo ceco a Venezia, anche se in anni diversi. Ci siamo dati delle regole che arginassero le iniziali tendenze anarchiche e oggi ci coordiniamo spesso anche solo via mail o via skype. Finora non siamo riusciti a riunirci neppure una volta tutti nello stesso luogo, ma la cosa non crea nessun problema.
(Sormani) Noi tutti volevamo tradurre, qualcuno di noi aveva provato a contattare senza successo alcune case editrici note. Quindi Michele ha detto: “Fondiamo una casa editrice”. Messa così sembra facile, ma ci vuole un matto come Michele per dare il la a una cosa del genere, e ci vogliono degli spregiudicati pronti a tutto come noi per attuarla. Nessuno di noi si stupirebbe di nulla, neanche di trovare i jeans in frigorifero. Quindi rispondere “sì” a Michele è stata una scelta ovvia.
(Sirtori) Volevamo tradurre testi che a noi interessavano ma che molti altri editori avrebbero trovato commercialmente poco attraenti. È come quando a un amico si consiglia un libro che amiamo: per farlo leggere ad altri però va prima tradotto e così abbiamo iniziato a fare.
Letteratura ceca: le pubblicazioni di Poldi Libri
Di che genere di pubblicazioni si occupa la Poldi libri?
(Sormani) Noi ci occupiamo solo di letteratura ceca tradotta in italiano. Questo stando ai fatti. Poi vagheggiamo spesso di possibili ulteriori espansioni ad altre lingue, però alla fine non lo si fa mai, per molti motivi. Primo, noi siamo tutti boemisti, quindi questa è la nostra specializzazione. Secondo, già così siamo al limite delle nostre capacità, la Poldi richiede tempo e lavoro, per ora non c’è la possibilità di aggiungere altra carne al fuoco.
Finanziamento di una casa editrice indipendente
Dato che siete volontari, da dove traete i fondi per mandare avanti la vostra attività?
(Sormani) All’inizio ci siamo tassati per avviare la cosa, ora reinvestiamo i proventi delle vendite. Se le vacche sono particolarmente magre, si deve ricorrere a un’altra autotassazione. Ultimamente non è stato necessario, comunque nessuno di noi ha mai guadagnato niente a parte l’ovvia gloria che attende ogni boemista.
(Marchese) Adesso che ci penso, con i guadagni della Poldi non ci siamo mai concessi nemmeno un caffé né una birra. Non ci è proprio mai venuto in mente. Molte traduzioni sono state finanziate con un sussidio dal Ministero della Cultura ceco. Zeus li benedica!
(Sirtori) Il nostro principale investimento è stato un’auto molto potente, che sovente parcheggiamo per brevi istanti davanti una banca, rigorosamente con il motore acceso.
I fondatori di Poldi Libri: oltre l’editoria
Oltre a mandare avanti la Poldi però dovete mandare avanti anche voi stessi. Al di là dell’attività culturale, cosa fate nelle vostre vite?
(Marchese) In effetti le attività della Poldi andrebbero catalogate sotto la voce “volontariato”, almeno fino al giorno in cui tutti gli italiani capiranno il valore della cultura ceca e della letteratura tutta, iniziando a leggere come matti ed esaurendo il nostro magazzino… Nel frattempo ognuno di noi ha il suo bravo lavoro per vivere: io insegno italiano in un istituto di lingue di Brno, Davide lo dirà da solo (per me è troppo complicato), Valeria De Tommaso è lettrice di Italiano presso l’Università Masaryk sempre a Brno e ha lavorato per anni per la De Agostini, due membri sono ancora in Italia (ma chissà un giorno, vedi mai!): Maria Elena Cantarello gestisce uno splendido bar, Stefano Baldussi lavora presso la Banca Etica.
(Sirtori) Io il pittore d’interni e il decoratore, aspirante pavimentista.
(Sormani) Io lavoro in una multinazionale occupandomi di ordini d’acquisto e altre amenità. Inutile tirarla per le lunghe, la cosa importante è che studiare serve: lavoro con molte lingue straniere, tranne quelle che ho fatto all’università.
Data la comune vocazione, devo porvi la fatal domanda a cui tutti noi abbiamo già risposto tre o quattrocento volte: cosa vi ha condotti allo studio del ceco? La ritenete una lingua difficile? E soprattutto, se poteste tornare indietro, lo rifareste?
(Sormani) Partiamo dal fondo, che è la più facile: lo rifarei. Del resto se dopo aver studiato ceco fossi venuto a vivere in Repubblica Ceca e avessi cominciato a tradurre – il tutto odiando il ceco – sarei davvero un mentecatto. Al ceco sono arrivato di riflesso: iniziai con russo e inglese all’università, ma l’inglese non mi divertiva. Il ballottaggio fu tra serbo-croato e ceco, vinse il ceco. La difficoltà del ceco c’è e non c’è: la grammatica è complessa, ma se una persona è motivata, lo fa per scelta e studia regolarmente, di sicuro arriva a parlare e scrivere in ceco in modo accettabile. Ci sono due categorie di persone che spacciano il ceco per impossibile: i cechi che se la tirano e girano un po’ il coltello nella piaga delle difficoltà altrui. E gli stranieri che non vogliono mettersi veramente a studiare con regolarità e quindi se la menano con difficoltà insormontabili che non ci sono.
(Marchese) Non ti preoccupare è una domanda che ci si aspetta con la frequenza di un “Come va?”. I primi colpevoli sono naturalmente la letteratura ceca e la storia della ex-Cecoslovacchia: stavo studiando architettura a Venezia quando ho dovuto ammettere che stavo divorando troppi libri di quel paese, a cominciare da Hrabal, ’68 praghese etc. Ho lasciato architettura e mi sono iscritto a Lingue. Per di più a Venezia insegnava Sergio Corduas,non ho resistito. Quando piace, il ceco diventa una lingua facilissima, per lo stesso motivo parlo un inglese pessimo e rivoltante… Temo che rifarei le stesse cose, se potessi tornare indietro. A volte è impossibile fare altrimenti. Le altre passioni e curiosità vedrò di levarmele prima o dopo la pensione.
Di Praga cosa pensate? Spesso i boemisti che hanno studiato in Moravia hanno sentimenti contrastanti riguardo alla metropoli. Io stesso non faccio esclusione, a dispetto di un percorso di studi quasi unicamente pragocentrico.
(Sirtori) Io sono un moravista di formazione e propensione, Praga la vedo si e no due volte all’anno. E’ stata una città molto bella ed affascinante, ora ha perso parecchio del suo smalto. A Praga invidio solo la metropolitana. E U Tygra. E il fiume. E il Caffè Slavia. E…
(Marchese) Praga è Praga, che discorsi. È una delle principali cause che fa ammalare di boemistica. Lapreferisco però un po’ a gocce da quando Disneyland ci si è trasferita nel centro.Non è snobismo, ma già soffrivo a Venezia per le valanghe di turisti e tutto ciò che comportano, che senso avrebbe subirle anche a Praga? Inoltre la “mammina con gli artigli” come la chiamava il solito Kafka, dopo la sedicente rivoluzione di velluto apriva tutte le porte al visitatore curioso, oggi non proprio. Infine non si fa a tempo a trovare il proprio locale preferito che la volta successiva già non c’è più. Ma ogni volta che la rivedo, porca miseria che tuffo al cuore! A questo punto dovrei spendere parole di lode su Brno. Mi suonerebbero però un po’ banali perché le ho ripetute infinite volte. Provo a riassumere così: Brno non ti trattiene ma ci si sta meravilgliosamente bene. Ed è a sole due ore da Praga…
(Sormani) La mia prima borsa di studio fu Praga, ci rimasi quattro mesi e mi piacque molto, a Praga torno regolarmente per la maratona o per vedere alcuni amici. Invece a Brno all’inizio feci un po’ fatica ad ambientarmi. Ora sto benissimo qui, ma l’astio di certi moravi nei confronti di Praga è per me insensato, fastidioso e sciocco. Del resto Praga è più grande, più bella, ci sono più soldi, c’è la metro. È normale che la gente di Brno nutra un po’ di invidia (tié).
Da emigrati, qual’è il vostro rapporto con la comunità italiana di Praga o di Brno? Siete membri attivi o le schivate e state nascosti come insegnava Epicuro?
(Sirtori) A parte due membri della Poldi e la mia famiglia, non ho praticamente contatti con altri italiani, non è snobismo, forse sono solo un tipo poco “comunitario”.
(Sormani) In questo sono piuttosto epicureo, inizialmente lo ero per motivi di studio: volevo studiare il ceco, quindi a che pro praticare l’italiano. Ora non cerco certo gli italiani, ma nemmeno li evito. Però negli anni mi sono costruito prevalentemente amicizie non italiane (non necessariamente ceche) e quindi gli italiani tendo a vederli poco.
(Marchese) Anche senza disturbare Epicuro, non credo che gli italiani all’estero tendano più a costituirsi in comunità: ormai lo abbiamo capito addirittura noi, ci sono italiani e italiani in Italia come all’estero. Quelli che non frequenterei in patria, non li frequento neppure qui. Ma forse Epicuro ci stava: quando ho deciso di aderire all’ANPI, ho scelto di iscrivermi alla sezione di Venezia anche se ce n’era una a Praga… O forse era campanilismo moravo?
Vi capita mai di saper spiegare qualcosa in ceco ma non in italiano? Io ho questo problema ogni volta che devo descrivere la mia posizione lavorativa o devo fare la dichiarazione dei redditi (sono cose che ho fatto solo qui).
(Marchese) Capita, capita… Anni fa ristrutturando casa avevo imparato a descrivere in ceco attrezzi, materiali e mansioni per poi accorgermi che per dire le stesse cose in italiano avrei avuto bisogno di un vocabolario. E poi ormai la nostra testa è un caos linguistico e per deformazione professionale andiamo in cerca delle minime sfumature che SOLO quella parola in QUELLA lingua o dialetto hanno. A volte mi piacerebbe fosse lecito parlare come il mio omonimo ne “Il nome della rosa”…
(Sirtori) Può capitare, è inevitabile se determinati argomenti vengono trattati in ceco per la prima volta. Io non sarei in grado di spiegare il gioco del Mariáš in italiano…
Quale è invece il vostro rapporto coi cechi?
(Sirtori) Direi buono.
(Sormani) Io ho mediamente un rapporto molto buono, anche se non si può fare di un’erba un fascio. Ci sono molte cose che mi piacciono dei cechi. Quindi parliamo di ciò che non mi piace: li trovo troppo formali (mi è capitato che una compagna di corso all’università mi desse del Lei, ma stiamo scherzando…), e purtroppo ultimamente si sta diffondendo un certo razzismo contro i rom. Vivendo vicino a Cejlsento spesso commenti intolleranti verso i rom, lo trovo semplicemente odioso.
(Marchese) Credo buono, ne sono ancora innamorato. Oltre a tutto verso le eventuali pecche altrui si è sempre molto accondiscendenti. È verso l’idiozia patria che ci si sente quasi responsabili e i rapporti si fanno quindi tesissimi. Qualcosa che mi infastidisce dei cechi? Spesso pensando di farmi un complimento sul mio abbigliamento, mi sono sentito dire: “Sembri proprio un mafioso” La prima volta sono rimasto sotto choc… E vagli a spiegare che ingiuria più grossa non potrebbero farmela. Temo sia però colpa dei film americani. Ah pure le numerose battute sui rom mi mandano in bestia.
Cosa pensate quando dicono che la Repubblica Ceca è nell’Europa centrale e si offendono se parliamo di Europa dell’est?
(Marchese) Hanno ragione e che cavolo! “Europa dell’Est” è una categoria mentale di chi è nato dalla parte occidentale della cortina di ferro.
(Sirtori) Forse è solo un qui pro quo: noi con est parliamo di geopolitica (il blocco orientale) e loro di geografia. Basta mettersi d’accordo, del resto anche i cechi pensano che il Monte Bianco sia esclusivamente in territorio francese.
(Sormani) Un vero boemista (come Salvatore) si dovrebbe indignare a sentir parlare di Europa dell’est, io però sono un boemista emancipato e in più ho studiato anche russo. Dipende dal contesto di cui si parla. Chi parla avendo in mente il contesto politico della guerra fredda, ha buoni motivi per parlare di est, e molto spesso chi non conosce la Repubblica Ceca parla avendo in testa la cartina politica dell’Europa dei decenni scorsi. Certo l’etichetta politica è obsoleta, ma è inutile fare la capa tanta a un malcapitato che non ne sa nulla. Se si vuole parlare di cultura invece, è difficile se non impossibile parlare di est.
Cosa pensate invece se i cechi dicono di somigliare più ai tedeschi che agli altri popoli slavi? (Ho sentito pure questa)
(Sirtori) Io non l’ho mai sentita, ad ogni modo è vero che geograficamente e storicamente sono uno dei popoli con i contatti più stretti con le popolazioni di lingua tedesca, se poi la Škoda ha addirittura rilevato la Volkswagen, qualcosa vorrà pur dire…
(Sormani) Non so se ne siano convinti o se sia piuttosto un desiderio. Di fatto il mondo slavo viene spesso erroneamente identificato con il mondo russo, visti i recenti trascorsi è abbastanza normale che i cechi se ne vogliano distanziare. Poi la Germania è vicina e qui c’era una minoranza tedesca che ha fatto parte in modo profondo e radicato della cultura locale, certo più della cultura polacca o di quella croata. Però capovolgiamo il discorso: che cosa vuol dire essere slavi? Non c’è un modello slavo di riferimento. Un russo non è più slavo di un ceco o di un bulgaro, tutti sono slavi a modo loro, con culture profondamente diverse.
(Marchese) Tra le tante, anch’io l’ho sentita, ma è un’opinione che credo vada scemando. A ritmo ventennale circa, i cechi sentono il bisogno di ridefinire la propria identità nazionale. È in fondo una cosa sana e noi cecofili attendiamo col fiato sospeso.
Visto che siamo in tema, vedete eredità lasciate dal regime socialista?
(Marchese) Una certa propensione al seguire scrupolosamente norme e normette, oppure allo scavalcarle sperando di sfangarla, il che si sposa perfettamente alla nuova era dopo l’entrata nell’Unione Europea…
(Sirtori) Mi sembra naturale: se in Italia sono bastati vent’anni di regime fascista per condizionare tutt’ora la nostra società, non vedo perché i cechi non dovrebbero risentire di 50 anni di regime comunista. E’ anche vero che quest’argomento viene utilizzato come alibi (vedi ad es. la qualità dei lavoratori dell’edilizia…), ma se devo individuare un danno del comunismo, questo è l’invidia e la falsità che ancora sono presenti, non è un caso che Havel li citasse.
Secondo voi la scissione ceco-slovacca è stata una buona idea?
(Marchese) Rispondo così: non gliela perdoneremo mai! Anzi vi invitiamo a dire la vostra, rispondendo a quattro brevi domande del nostro sondaggio su questo tema.
(Sirtori) Assolutamente no, la Cecoslovacchia era sicuramente uno stato più vario, più interessante e più curioso da scoprire rispetto ai due stati separati, che sono sicuramente più omogenei ma anche più piatti. Poi ovviamente alcuni ne hanno tratto vantaggio, per queste persone è stata un’idea ottima. Ma per gli altri no, è stato di sicuro un impoverimento culturale e politico.
Per concludere, cosa pensate ci sia nel futuro della Repubblica Ceca? E nel vostro futuro? Qualcun’altro vuole emigrare? Qualcuno vuole tornare in patria?
(Sormani) Boh. Ho dimenticato il colombre in vasca da bagno, vado a chiedergli. Non so. Rispetto al casino in cui siamo noi italiani, la Repubblica Ceca almeno non rischia di uscire dall’Euro, il che è già qualcosa. Nel futuro della Poldi c’è un orizzonte limitato: come Poldi ragioniamo di libro in libro, avendone in programma un paio avremo di sicuro lavoro per un po’. Abbiamo la fortuna sfacciata che la terra è tonda, quindi andando avanti l’orizzonte si sposta sempre un po’ più in là. In patria io per ora non ci torno, ma non disprezzerei l’idea di trasferirmi in un paese caldo, magari al mare. L’unica cosa per me insopportabile della Repubblica Ceca è questa: il clima.
(Marchese) Siamo tutti in attesa che i cechi ci stupiscano (prima o poi), lasciamoli fare. Quanto a noi, che tanti italiani ancora vogliano emigrare, è sotto gli occhi di tutti, che resterà più in Italia? Comunque da vecchi si diventa nostalgici e quindi vorrei invecchiare a morire guardando il mare a Venezia o a Palermo
(Sirtori) La Rep. Ceca si annetterà legalmente la Germania, la nuova capitale sarà Humpolec. Io sarò imperatore della rinata Grande Moravia (comprendente la piccola Boemia e la minuscola Germania). Ragionevolmente ritengo che qualcun altro (con o senza apostrofo) possa desiderare di emigrare, ma non chiedetemi chi, da dove e verso dove. Lo stesso vale per l’ultima domanda, escludendo però un bel po’ di italiani.
