Non è la storia ad essere importante, quel che importa è saperla raccontare bene
Mai un altro libro dello stesso genere potrà dare miglior conferma a questa frase, mai questa frase descriverà così bene un altro scrittore: Vančura Vladislav!
E mi si faccia pure una cortese obiezione: “Ma chi lo ha mai sentito, “sto qui?”
Ed io risponderò innanzitutto che, se qui si parla di libri, non solo di autori arcinoti si deve parlare. Anzi, forse il vero scopo è portare a galla qualche perla ignota alle masse acritiche.
Ma proseguiamo con la nostra analisi di Vančura Vladislav: autore boemo attivo tra il 1924 al 1942 quando, causa fucilazione ad opera delle SS, fu suo malgrado costretto ad abbandonare l’attività. Era stato incarcerato nel ’40 ed alla prima occasione liquidato perché fervente socialista.
Dati i tempi e le passioni vi verranno in mente nomi esotici come Maksim Gor’kij e Boris Pasternak e non abbiate paura, siete completamente fuori strada. Possiamo anche aggiungere, tra le varie cose, che Milan Kundera gli ha dedicato la tesi di laurea, con conseguenti influenze sulla scrittura. E anche qui Il libro del riso e dell’oblio vi porterà fuori strada.
Ma veniamo ai fatti.
Il cavalier bandito e la sposa del cielo (titolo originale: Markéta Lazarová) uno tra i più noti romanzi di Vladislav Vančura, uscito all’irrompere dei favolosi anni Trenta, è unanimemente considerato il suo miglior lavoro, oltre che l’unico pubblicato in Italia.
Si è detto, la storia di questo romanzo è quanto di più trito si possa trovare: si basa su un’idea che già nelle ballate medievali aveva gli anni di Noé: la storia d’amore tra un brigante e una mancata suora. Sullo sfondo, una Boemia medievale grigia e nebulosa, piena di lotte tra briganti e guardie imperiali, truculenta a voler usare un eufemismo.
E la forza di questo e di tutti gli altri romanzi di Vančura è il leggendario modo in cui è scritto. Una lingua ricercatissima, scarna e piena di arcaismi, unita a frasi ora lunghe ora brevi. Debordante di citazioni, metafore e figure retoriche più o meno nascoste. Addirittura, leggendo l’originale ad alta voce, vi accorgerete che i vari momenti sono caratterizzati da melodie onomatopeiche diverse. E, sempre ad alta voce, vi accorgerete di fare una fatica non indifferente.
Ci troverete i suoi amatissimi Cervantes e Rabelais, ma anche la Bibbia (non male per un ateo allievo di Marx) e appunto le ballate medievali sugli amori impossibili. Uno stile sospeso tra prosa e poesia, un improbabile quanto fascinoso miscuglio tra Gadda e Nietzsche.
Giusto per darvi un’idea di chi avete davanti.
Eh, io lo so, vi verrà il dubbio che possa trattarsi di un mattone indigeribile.
E invece no!
Niente di tutto questo! La scrittura è essenzialmente racconto, le descrizioni sono ridotte a dettagli minimi, proprio come nelle ballate. Dialoghi pochi e spesso integrati al fluido narrativo. Ne viene fuori che Il cavalier bandito e la sposa del cielo rispetta la ferrea regola secondo cui i romanzi di Vladislav Vančura contano dieci (o dodici) capitoli per una lunghezza totale che raramente raggiunge le 200 pagine.
Risultato? Un libro che, a dispetto della scrittura artefatta e per nulla facile, si legge d’un fiato. Che affascina dalla prima all’ultima lettera, inesorabile e inarrestabile, trascinato da un lirismo e da una carica emotiva che, mano sul cuore, mai ho trovato in nessun altro romanzo.
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