Memorie di Cecoslovacchia: intervista a Marco Cosimi

Questa intervista avrebbe potuto tranquillamente essere inserita nella sezione “Italiani a Praga”, dato che Marco, fiorentino, vive qui ormai dal 1998. Quello che però ci ha colpito è stata la sua prima visita a Praga.

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Memorie di Cecoslovacchia: intervista a Marco Cosimi

Questa intervista avrebbe potuto tranquillamente essere inserita nella sezione “Italiani a Praga”, dato che Marco Cosimi, fiorentino, vive qui ormai dal 1998. Quello che però ci ha colpito è stata la sua prima visita a Praga.

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Raccontaci un po’ come sei arrivato qui per la prima volta.

Sono stato qui per la prima volta con un programma di studio tra il mio liceo e un liceo di Praga. Il nostro soggiorno a Praga durò circa 10 giorni ai quali seguirono 10 giorni di soggiorno degli studenti cechi del Liceo Na Pražáčce a Firenze; era il mese di ottobre del 1989, un mese prima che cadesse il regime comunista. Non saprei dire come sia stato possibile visto il regime ancora presente, probabilmente fu l’effetto della perestrojka e dei buoni contatti di una nostra prof. di Filosofia

A bruciapelo, quali sono i tuoi ricordi?

Un viaggio in treno lunghissimo, di più di un giorno, da Firenze a Praga. Il filo e i soldati coi fucili spianati al confine tra Austria e l’allora Česko-Slovenská Socialistická Republika (ČSSR), con annessi interminabili controlli di frontiera a ciascuno di noi. E il fatto che, appena scesi alla stazione di Praga, tutti ci guardavano come marziani. Fu incredibile per molti aspetti.

Dove hai alloggiato?

In appartamento con la famiglia dello studente che poi ospitai, come tutti i miei compagni di classe, a casa dei miei genitori a Firenze. Viveva con i suoi genitori a Prosek, e la finestra della camera in cui alloggiavo guardava verso alcuni dei paneláky tipici di quel quartiere, che si estendono per centinaia di metri come mura di un alveare. A prima vista mi sembrò terrificante, nei giorni successivi scoprii invece il calore di quella casa.

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Le žigulí della Veřejná Bezpečnost

Il tipico quartiere socialista insomma?

Per davvero. Non c’era niente, era tutto grigio e di sera buio, non una pubblicita, non un’insegna luminosa, niente. Di quella via ricordo anche la žigulí gialla e bianca con le due lettere grandi VB sulle fiancate della Veřejná Bezpečnost, nient’altro. Al contrario, da bravi studenti italiani in gita, restavamo spesso allibiti davanti alle ragazze ceche con i loro occhi dal taglio slavo e dai colori romantici , ahaha.

Che lingua parlavate con i vostri ospiti?

In inglese. E, a sorpresa, i cechi parlavano un inglese un migliore del nostro perché, anche li probabilemnte per effetto della perestrojka in corso, lo studio delle lingue, oltre all´odiato russo, era ormai stato introdotto. Ma a scuola assistemmo anche a una lezione, proprio di russo. Rimanemmo colpiti dalla disciplina e dal silenzio che vigeva nelle classi… oltre che dai sandali (per non dire ciabatte vere e proprie) calzati dagli studenti all’interno della scuola come fossero a casa propria.

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Prosek

C’era miseria? Avete avuto paura?

Paura mai, era tutto molto tranquillo, sempre e comunque. E miseria, no, non la definirei così ma certamente un tenore di vita molto molto modesto. L’impressione che ebbi era che i cechi avessero a disposizione quello che può considerarsi il minimo indispensabile per una vita appena dignitosa, il cibo in dosi sufficienti, indumenti di base e un tetto sulla testa. Anche perché le famiglie che ci ospitavano (magari anche con un po’ di paura) facevano di tutto per non farci mancare niente e metterci a nostro agio. Una cosa è certa. Il costo della vita era bassissimo. All’arrivo cambiammo tutti poche centinaia di migliaia delle lire di allora ma non sapevo come spenderle. Nessuno di noi sapeva cosa fare con i soldi visto che il cibo e le bevande non costavano quasi niete e negozi dove poter acquistare altro che non fossero beni di prima necessita peraltro a noi ignoti e con confezioni sospettose non ne esistevano. Ricordo che alla fine comprai un elmetto da hokej come souvenir, sport che non ho mai praticato in vita mia, né prima né dopo, altri si portarono a casa chitarre elettriche, probabilmente quasi senza sapere il numero delle corde che ha una chitarra.

C’erano avvisaglie di quello che stava per accadere?

Qualcosa, ma almeno a me non sembrò che la Čssr fosse sull’orlo del collasso. Erano però stati aperti i confini e molti tedeschi venivano dalla Germania est, lasciavano le loro Trabant in mezzo alle strade e cercavano di raggiungere l’ambasciata dell’altra Germania in qualsiasi modo per chiedere asilo. Anche scavalcando le ringhiere.

Cosa ti ha convinto a tornare?

I buoni rapporti con alcuni studenti, due di loro vennero a trovarci a Firenze dopo pochi mesi dalla caduta del muro invitandoci a passare l’ultimo dell’anno (90-91) di nuovo qui a Praga. Non mi feci scappare l’occasione e non mi perito a dire che é stato per me e i miei amici il piu bello mai vissuto… In realtà, qualche anno dopo mi sono sposato ed ho avuto una figlia.


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