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Fotografia di Gianni Demattia

Siamo felici di intervistare Daniele Fiacco, italiano residente a Praga da circa tre anni. Oggi facciamo una chiacchierata tra arte, sociologia e uccelli in volo.

Ciao Daniele e benvenuto su Italia Praga One Way! Vivi in Repubblica Ceca da circa tre anni, quale esperienza ti ha condotto a Praga?

Ho avuto la fortuna di perdere il lavoro a Roma. Ero assistente alla direzione artistica di un’importante galleria d’arte contemporanea, ma ero entrato in conflitto con tutto, con la paga miserabile, le riviste d’arte, gli artisti, i critici e l’Italia intera, per non dire dei mezzi pubblici che subivo ogni giorno: da Latina, dove vivevo, fino al centro della Capitale. Niente di così grave, sentivo solo di non avere una lingua in comune col mio paese. Poi, senza troppa convinzione, mi candidai per un Progetto Europeo a Praga. Vinsi il concorso e venni qui a lavorare, ancora una volta, per una galleria d’arte. Masochismo? Ostinazione? No, mi serviva un termine di paragone per prendere un’altra strada senza troppi piagnistei. Dopo tre mesi il mio fantasma tornò in Italia, ma io ero rimasto a Praga. Così, decisi di tornare da me.

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Fotografia di Giuseppe Arrigo

Cosa ti mancava di questa città?

Niente mi manca mai, non sono un nostalgico. E poi non sono neanche un bigotto, quindi non credo alle terre promesse. Avevo solo bisogno di un nuovo laboratorio, di una città in cui sarei stato lo stesso di sempre, in cui rischiare la vita, le malattie veneree, gli stupri, in cui andare a ritmo e poi cadere, rialzarmi e stare sul mio asse con quel pizzico di gratitudine che mi devo. Farlo tra i ghirigori bianchi del Barocco e le punte nere del Gotico mi sembrava una buona idea. E poi, qui, la gente non spinge sui mezzi pubblici e urla solo nelle birrerie.

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Mon cœur mis à nu; polaroid, 2017

Ti conosco per il tuo blog, Czechs and the City, per i tuoi disegni e le tue polaroid. Praga e la Repubblica Ceca rappresentano una fonte di ispirazione?

Praga è un film che ti si svolge continuamente sotto agli occhi. Le epifanie sono in ogni scorticatura di muro, nei locali fumosi, nei club notturni, nelle camere d’albergo, negli amori di una notte, nella neve che scricchiola sotto agli stivali. Devi solo allenare la mente a vedere, altrimenti rimarrebbe una città compiutamente europea, allineata a tutti gli stereotipi sociali, sessuali e culturali dell’economia globale capitalista, pur con tutti gli scorci che da secoli la rendono bellissima. E poi è come se Kafka, che con grande dispiacere ho scoperto essere poco letto dai cechi, continuasse a scrivere di nascosto. La mia polaroid, Kafka between two windows, racconta proprio questo.

Presenti in anteprima su Italia Praga One way un dittico intitolato “Dead birds attack”, com’è nato questo lavoro?

Sono due disegni a matita su carta velina, applicati su polaroid non riuscite. Fanno parte di una serie che mi è venuta in mente a Kutná Hora. Volevo fotografare il teschio di un guerriero hussita nell’ossario di Sedlec, ma era vietato usare il flash, e le polaroid, se c’è poca luce, non riescono. Sono affascinanti proprio per i loro limiti, è un po’ come scrivere un sonetto: sai che disponi di due quartine e due terzine di endecasillabi in rima e devi dire tutto con poco più di niente. Sperando nella poca luce proveniente dalla finestra, ho provato a scattare. Il risultato? Una polaroid bianca, nessun guerriero hussita! “Un’immagine negata è a modo suo un’immagine?”, mi sono chiesto. Così mi sono messo a disegnare quello che avevo prefigurato, usando la matita come un bisturi. A volte lo faccio a partire dalle sfocature delle polaroid stesse e come cornici uso le cartucce per le pellicole non ancora impressionate (vuote, ovviamente). Per metterla in termini banalmente concettuali e aulici, questa è una serie di immagini che racconta immagini che non esistono. In termini spiccioli, non volevo buttare via le polaroid abortite e volevo tornare a disegnare dopo aver lasciato l’Italia. I piccioni morti ho cominciato a fotografarli tre anni fa. Mi pareva stessero dormendo o volando ancora. La morte può essere molto ambigua. Si è abituati a immaginare i morti coi morti e i vivi coi vivi, ma quando mai? Le due cose si confondono di continuo. A Žižkov ne ho fotografato uno straordinario, con le ali incrociate, Picasso se ne sarebbe innamorato quanto me. Poi un altro con un’ala simile a una lama di coltello. Dead birds attack è un volo di piccioni che portano via i cuori malconci degli umani. I cuori messi “a nudo” me li ha suggeriti Baudelaire.

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Dead birds attack; matina su carta velina applicata su polaroid, 2017

L’arte rappresenta una grande passione, ma non un lavoro. Come me, sei impiegato presso una multinazionale. Hai mai pensato di mollare tutto e dedicarti esclusivamente all’arte?

Io ho sempre lavorato. Non ho mai usato l’arte come paravento per nascondere i genitori che ti mantengono, gli amanti facoltosi e tutti i meschini compromessi dei velleitari. Non è poi questa disgrazia, lavorare, neanche se fai lavori di cui non ti importa nulla! Se sei intelligente sperimenti su te stesso le contrarietà e da lì prendi la forza per andare avanti. Una comodità ce l’ho avuta, però. A differenza di molti, che lasciano il proprio paese per andarsene all’avventura, spesso restando impantanati nelle frustrazioni dalle quali volevano scappare, io ho trovato lavoro in una grande agenzia pubblicitaria prima di trasferirmi, dove lavoro tuttora. Se era per stare sotto ai ponti a farmi il bidè nei fossi, restavo a Latina, le pantegane lì sono adorabili.

Come riesce una personalità devota all’arte come la tua a conciliare un lavoro in una grande azienda? Non ti senti alienato?

Se lavorassi nel mondo dell’arte, magari in una posizione diversa da quella già sperimentata, sarei meno “alienato”? Tutto, quando diventa lavoro, è una rottura di palle. “Alienazione”, poi, è un termine così poco spiritoso! Non ho sogni borghesi né aspirazioni al lusso, mi servono solo un tetto e il cibo, matite, pellicole per la mia polaroid SX 70, la palestra e non più di tre viaggi all’anno (odio viaggiare). Ma l’indipendenza economica, specie quando non è corrotta dalla disonestà, è essenziale affinché possa raccontare l’arte e il mondo con lo stile che voglio. Ma mi piacerebbe essere ricco e famoso per il capriccio di fregarmene, perché continuerei a essere nient’altro che umano, invisibile e di passaggio anche se esposto e con tante “cose” in più a riempirmi la casa.

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Kill the bubbles! Yes, Sir; polaroid, 2017

Quale è stata la tua più grande soddisfazione nel campo artistico?

L’unica mia soddisfazione è disegnare come disegno e fotografare come fotografo. Quanto alle soddisfazioni provenienti dal mondo esterno, Aldo Busi ha scritto un commento su due mie fotografie: le Biblioteche immaginarie. Che un commento sia venuto da uno scrittore come lui, piuttosto che da un critico qualsiasi, è stato un onore.

Quale è il tuo rapporto con i cechi?

È esattamente come quello che ho con gli italiani, gli slovacchi, i greci, gli ingusci e tutti gli altri: ci fiutiamo come animaletti curiosi, ci sfreghiamo le mucose, ci regaliamo qualche ricordo o ci dimentichiamo e, soprattutto, ci salutiamo presto. Non ho amori totalizzanti né amici di lunga data, qui, ma in compenso la collina di fronte alle finestre del mio nuovo appartamentino a Košíře, dopo due anni passati a Vinohrady, mi esalta, mi parla e un po’ mi assomiglia. Spero solo che quest’inverno, stanca delle mie pose da dandy pensoso alla finestra, non mi seppellisca sotto a una slavina di neve!

Cosa ti manca dell’Italia? Soprattutto, consideri un ritorno in patria in futuro in caso di opportunità lavorative?

Suonerà banale, ma tant’è: a un italiano, per giunta del Lazio, mancano il mare e la pasta. In compenso, vado matto per lo stinco di porco praghese! Per il resto, prendo un aereo e sono in Italia in due ore e, a meno che non mi offrano molti soldi, un capo sano di mente e un contratto di lavoro regolare, non ci tornerei neanche morto. E non perché non la ami, anzi, ma nessun’amata ha il diritto di fartele di tutti i colori col tuo benestare, non è elegante. E poi, una specie di mare ce l’ho anche dentro e come cuoco non sono male neanche quando metto a tavola la pasta ceca. Sfidami pure, vieni a cena?

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Fotografia di Michele Bellomonte

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Il Granduca | Discendente di Machiavelli, è costretto a scappare dal Granducato. Additato come un Savonarola, scappa in Boemia nel falansterio della setta degli adepti di Feuerbach. Laureatosi in dottrina della sinistra hegeliana si reca tra i mormoni a professare le sue teorie, venendo rinominato il Bakunin dello Utah. Organizza moti operai negli opifici del Midwest con obiettivo l'impianto di manifattura del tabacco della Virginia, dove vive sotto la copertura di un compiacente aggancio schiavo del capitale. L'esperienza fallisce e torna alla sua seconda patria. È molto abile nei travestimenti: lo si vede spesso a Praga travestito da Conte Uguccione. Per italia praga one way smanetta come non ci fosse un domani, ricevendo in cambio 2 tlačenky ogni 7 giorni.

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