Città ceche: Ostrava, la città di acciaio sospesa tra passato e futuro

Lunedì 27 febbraio 2017. Esco dal Municipio di Ostrava reggendo trionfante la mia patente ceca nuova di zecca che sono riuscito ad avere in sostituzione di quella italiana, scaduta da quasi un anno, alla modica cifra di 50 Kč (poco meno di 2 €).

Per la cronaca: in Italia per la stessa operazione mi avevano chiesto €100, ma questa è un’altra storia.

Il municipio si trova a poche fermate dalla stazione centrale di Ostrava, e così, risolta la questione burocratica, mi avvio verso la stazione dove mi attende il treno per Praga.

Da anni ormai parto e arrivo nella stazione di Svinov essendo più comoda per chi bazzica la zona meridionale della città, e così tornare dopo tanto tempo nella stazione centrale mi fa ripensare a quel lontano pomeriggio di un freddo aprile di 13 anni fa quando scesi sulla stessa identica piattaforma dalle quale adesso sto per salire sul treno diretto verso Praga.

Nel sovrappasso sopra quegli stessi binari incontrai quella che fino a quel momento era stata solo un’amica epistolare e che, presto, sarebbe diventata la madre di mia figlia.

Ostrava la nera, Ostrava la fumosa.

Città dell’acciaio, del carbone, delle miniere e delle fabbriche. Conglomerato urbano popolato da rudi operai venuti dagli angoli più remoti del blocco sovietico.

Città alla quale sono indissolubilmente legato da quel lontano pomeriggio che mi ha visto poi tornare regolarmente per vedere mia figlia ivi nata e cresciuta.

Un rapporto con la città quindi esclusivamente familiare. Dunque niente, o quasi, Stodolní per me.

Sono 12 anni che transito regolarmente tra Praga e Ostrava e, non fosse per mia figlia, non credo ci rimetterei più piede in vita mia. Forse, e sottolineo il forse, al massimo lo farei per il festival Colours.

Eppure, almeno una volta nella vita, una visita questa strana città se la merita davvero.

Soprattutto se vivete in ČR, è un posto assolutamente da conoscere perché, in un certo qual modo, rappresenta ancora un passato non troppo lontano che le vetrine luccicanti di Praga sembrano nascondere ma che, come dimostrato anche dal dibattito pubblico e politico, è ancora vivo e presente e in momenti di crisi culturali alza la voce e pretende di essere ascoltato.

Partiamo dall’urbanistica: Ostrava, in origine un piccolo centro di campagna al confine tra Slesia e Moravia, crebbe tantissimo dopo che nella zona fu scoperto il carbone, e questo grazie agli ingenti investimenti di un certo signor Rotschild.

Crescita divenuta poi esponenziale durante il regime comunista che della produzione dell’industria pesante fece uno dei pilastri di legittimazione della sua esistenza. Deriva, infatti, da qui il soprannome di “cuore di acciaio” dell’allora Cecoslovacchia.

Un tempo città tenuta sul palmo della mano dai soudruzi (compagni) comunisti, quale simbolo dei prodigi produttivi del socialismo reale, una volta crollato il muro, il resto del paese si è rapidamente sganciato da questa zavorra fuligginosa per guardare a Ovest, ai servizi, a produzioni più leggere, meno maleodoranti e tecnologicamente più avanzate.

E Ostrava, sola, pesante, sporca, inquinata, non voluta, se n’è rimasta lì a rimpiangere il suo passato glorioso insieme a migliaia di disoccupati (le fonderie Vitkovice e Nová Huť impiegavano insieme qualcosa come 50.000 dipendenti), invalidi sul lavoro (miniere e altiforni sono posticini assai rischiosi dove lavorare) e tanto senso di ingiustizia.

Ma come, dicono loro, per decenni ci siamo sporcati le mani e la faccia di carbone, ci siamo fottuti i polmoni per produrre l’acciaio per costruire questo paese e adesso ci mollate così? Questo in estrema sintesa il grido lanciato al resto del paese che guarda a Ovest.

Destino ingrato effettivamente. Forse possiamo vederlo come una specie di contrappasso dantesco per la sorte inaspettatamente generosa che, oltre cent’anni fa, trasformò un manipolo di paeselli dimenticati da Dio in una città ricca e potente.

Della serie, il Signore dà, il Signore prende. Ma il potenziale è ancora tutto lì. Sebbene a migliaia siano scappati verso Praga o Brno (il treno che da anni prendo la domenica sera per tornare a Praga è puntualmente pieno zeppo di pendolari),

Ostrava rimane la terza città più grande del paese, 292.000 abitanti, circa 80.000 in meno della più appetibile e presentabile Brno.

 

Ma quando diciamo Ostrava dobbiamo tenere a mente che non parliamo solo della città in quanto tale, ma di un agglomerato urbano enorme che, oltre a Ostrava, conta città di ragguardevoli dimensioni quali Bohumín, Orlová, Karviná, Havířov

L’intera regione della Moravia-Slesia (Moravskosleský kraj), conta 1,2 milioni di abitanti, e non è poco in un paese che ne ha 10,5, e sono tutti più o meno concentrati lì, perché a est ci sono i Monti Beschidi, bellissimi, e a ovest i Monti Frassino, forse ancora più belli.

E dato che il carbone sotto terra se ne frega dei confini umani, ecco che subito dopo la frontiera con la Polonia abbiamo altri centri enormi come Katowice o, in Slovacchia, Žilina.

Eppure, nonostante la posizione strategica, crocevia tra tre paesi, al centro della direttrice Varsavia – Vienna, la zona rimane assopita e nostalgica del suo passato, vittima della maledizione di chi ha avuto tanto e troppo in fretta. Un po’ come alla roulette, vinci, e diventi euforico, poi perdi tutto e vai in depressione.

Ma qualcosa si sta muovendo: molti dei maledetti paneláky, come vengono chiamate queste orribili batterie di polli in cemento dove vive quasi tutta la città, sono oggi ristrutturati, colorati. Fanno sempre schifo, ma almeno si percepisce il tentativo di farci qualcosa. Per farvi un’idea se venite a Ostrava vi consiglio caldamente di vedere l’incrocio tra le vie Horní e Dr. Martínka: un’esperienza imperdibile se volete immergervi per un attimo nel peggior brutalismo architettonico di stampo sovietico. Si tratta infatti di un’enorme rotonda dal centro della quale girandovi a 360° non vedete altro che paneláky, paneláky e altri paneláky. Vi assicuro, è impressionante, pare di stare dentro Blade Runner, o in una proiezione tragica di 1984 dove tutti vivono in gabbie di cemento.

Eppure non sbagliamoci, la città vanta un primato inatteso (chi mi segue sa cosa ne penso dei “primati” cechi): Ostrava ha la più alta concentrazione di verde pubblico di tutta l’Europa centrale. Com’è possibile? Proprio perché gli abitanti sono quasi interamente concentrati in questa altissime gabbie di cemento, fuori rimane molto spazio verde, ma anche perché quasi tutta la città fu disegnata secondo i principi dell’urbanistica socialista che riconosceva allo spazio pubblico un ruolo importante. Il fenomeno è poi rimarcato da un’altra caratteristica poco comprensibile per chi arriva da una città europea classica la cui struttura prevede ha un centro storico, di solito di origine medievale, circondato da una fascia residenziale di epoca risorgimentale e, man mano, da anelli sempre più moderni.

Ebbene, Ostrava no. Essendo nata sostanzialmente come un conglomerato-fusione di zone urbane preesistenti, non ha un centro come lo intendiamo di solito. O meglio, ce l’ha ma non è l’unico né il più importante. Chi sta nella zona sud di Ostrava, come me, raramente va in quel centro che rimane quasi un altro mondo, perché nel proprio quartiere trova tutto quello che gli serve, i quartieroni come Poruba, Dubina, Zábřeh, Vítkovice erano progettati proprio in modo che la gente avesse vicino tutto quello che serviva: negozi, uffici, ospedali, scuole. Oggi, con la presenza di enormi centri commerciali disseminati nelle zone periferiche, il bisogno di vivere il centro è ancora più ridotto.

Allora, per tornare alla questione del verde, se d’inverno lo spettacolo può essere di un deprimente unico: il grigiore del cielo misto a quello degli onnipresenti enormi mostri di cemento, in primavera e in estate non finite di stupirvi quanto verde sia questa città. Addirittura la zona sud ospita un intero bosco, chiamato Bělský les, e non parlo di qualche albero, ma di ettari ed ettari di vero e proprio bosco con abeti, pini, querce, larici, faggi e chi più ne ha più ne metta!

Torniamo alle prospettive future. Altro motivo di speranza è la cosiddetta Dolní oblast Vítkovice. Per anni uno spauracchio in rovina del passato industriale della città, un distretto enorme di acciaio, altiforni, capannoni, inagibile, non visitabile, senza un futuro. Visibilissimo da una delle arterie principali, la strada statale 56 che porta a sud verso Frýdek Místek, pareva ricordare a tutti “questo eravate, e questo rimarrete”. Importantissimo allora il progetto di rivitalizzazione del miliardario Svetlík, attuale proprietario delle fonderie Vítkovice che, anche con aiuti pubblici, sia ben chiaro, ha investito per rendere nuovamente agibile almeno parte dell’immenso areale. 

Oggi uno degli altiforni è stato rinominato Bolton tower in onore dell’atleta giamaicano Usain Bolt, che da anni ospita regolarmente Ostrava per correre alla competizione Tretra, cosa di cui gli ostraviani gli sono molto grati. Ma soprattutto da 5-6 anni a questa parte ogni estate ospita il festival Colours di Ostrava, una delle rassegne musicali più importanti di tutto il paese che ormai attira ogni anno migliaia e migliaia di giovani e meno giovani da tutto il paese oltre che dall’estero. Due anni fa ci andai anch’io per sentire suonare Björk e rimasi impressionato da come un evento musica potesse rendere alla vita uno spazio come quello delle fonderie che sembrava destinato all’oblio pieno di merore della ruggine.

Importantissimo anche l’effetto simbolico per gli abitanti di Ostrava. Se, infatti, Ostrava era il cuore di acciaio della Cecoslovacchia, gli altiforni di Vitkovice erano l’anima di questo cuore di acciaio, insomma, il sancta sanctorum del tempio consacrato al dio dei piani di produzione quinquennali. Oggi ospita in cima alla Bolton Tower uno skyline bar sciccosissimo, un capannone è diventato un centro tecnico visitato dai bambini, mia figlia compresa, un ex gassificatore è stato trasformato in un uno splendido auditorium multimediale. Tutto questo è un potente messaggio di rinascita per la città: “questo eravate, ma tornerete a vivere”.

Insomma, difficile indovinare il futuro di questa città strana, insolita, unica nel suo genere. Molto dipenderà anche dallo sviluppo di tutta l’area circostante perché, così lontana e decentrata dagli attuali flussi economici più importanti che prediligono l’asse Vienna – Brno – Praga – Berlino – Amburgo, Ostrava deve guardare ai propri vicini e a nord. In ogni caso, la città vale assolutamente una visita per rivivere da vicino com’era questo paese perché a Ostrava il passato socialista è onnipresente. I pochi luoghi dove non se ne percepisce l’impronta pesante sono i grandi centri commerciali Avion e Futurum, o il nuovo centralissimo Nová Karolina, con cui la città ha vanificato un’incredibile opportunità di rivitalizzare il proprio centro, uguali identici a quelli di Praga, Brno, ma anche Vienna, Berlino, Milano ché l’omogeneizzazione commerciale è l’arma principale della diffusione mondiale del denaro. Forse anche per questo sono così abbondantemente frequentati dagli ostraviani, un modo per fuggire almeno per qualche ora dall’onnipresente cemento.

In chiusura due parole sui suoi abitanti. Non sono mai entrato in sintonia con la gente del posto: duri, arcigni, perennemente incazzati, come se si trascinassero sempre dietro il peso dell’ingiustizia, di cui abbiamo parlato all’inizio, di essere stati improvvisamente abbandonati dalla storia. Sostengono di essere sinceri, diretti, non finti come tutti gli altri (chi poi?), a me sembrano solo scuse per nascondere freddezza, sospetto, rabbia…. Ma anche questo sta cambiando, le nuove generazioni sono sempre meno appesantite da questo presunto Torto: studiano, viaggiano, imparano. Loro sono il futuro, l’avvenire, ma ci vorranno ancora diversi anni prima che prendano il posto nella cabina di comando della città soppiantando questi dinosauri nostalgici che oggi votano liberamente, anche se in modo identico ripetto a quando non potevano votare liberamente.

La Storia va avanti, la città sta cambiando, the show must go on. Allora affrettatevi a visitarla se volete acciuffare ancora un po’ dell’anima metallurgica e cementizia della capitale cecoslovacca del socialismo realista.


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