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Confini chiusi: la Repubblica Ceca può sopravvivere senza contatti con l’estero?

La Repubblica Ceca può sopravvivere senza contatti con l'estero?

I confini chiusi sono un problema primario per noi. Non sappiamo quando potremo nuovamente andare in Italia. Il punto è che per un’economia come quella ceca, i confini chiusi costituiscono un problema ancora più serio.

Ieri il governo ha annunciato che i confini chiusi dovrebbero durare fino all’8 giugno. Questo però non significa che da quel giorno potremmo riprendere a muoverci come prima, anzi. Così come per la riapertura delle attività commerciali, anche quella dei confini andrà per gradi e la riapertura turistica sarà quasi certamente l’ultima.

Non è un caso, infatti, che diversi esponenti del governo abbiano più volte lasciato intendere che per l’estate 2020 la soluzione migliore, per noi e per chi opera nell’alberghiero, è quella di adattarsi al mercato interno. Lo slogan “Vacanze a casa nostra” non vale solo per l’Italia (e per parecchi di noi casa nostra ormai è qui).

Anche in ragione di questo, secondo l’Associazione degli hotel e dei ristoranti della Repubblica Ceca, le perdite del settore saranno di 142 miliardi di corone, circa 173.000 posti di lavoro a tempo pieno saranno direttamente minacciati. E questi dati confidano sul fatto che i confini chiusi saranno tolti all’inizio dell’estate.

Il turismo costituisce il 2,9% del Pil ceco, ma si parla solo di alberghi e visite guidate, souvenir e ristorazione non rientrano in questi dati. Di questo 2,9%, il 55% è costituito da turisti stranieri (che pure vanno in assai pochi posti, in primis Praga). Quindi un blocco del turismo estero, se troppo prolungato, potrebbe avere ripercussioni su una bella fetta di imprese. Eppure si tratta di un problema fin quasi secondario.

La Repubblica Ceca dipende dall’estero

Il semplice fatto di avere la corona, rende la Repubblica Ceca un paese molto competitivo rispetto ai membri dell’eurozona e i confini chiusi gravano pesantemente sulle esportazioni. Ma ci sono vari elementi complessi da considerare.

A livello industriale, la chiusura dei confini rende difficile per le aziende ceche la gestione delle proprie filiali all’estero. Gli esperti stranieri non possono venire qui per aiutare quelli cechi nell’implementazione di nuove tecnologie o nella manutenzione di attrezzature tecniche esistenti. Dato che il paese è a trazione industriale, gli effetti possono essere particolarmente gravi.

Le stime attualmente prevedono che l’economia ceca, dopo la riapertura commerciale dei confini, funzionerà a mezzo servizio per almeno un paio di mesi e che, se i confini saranno riaperti entro giugno, la decrescita economica sarà del 10 per cento. La caduta dovrebbe essere accompagnata da un rapido aumento del numero di disoccupati, un calo dell’inflazione, un calo delle finanze pubbliche a un disavanzo di oltre il cinque percento del Pil e anche un calo a due cifre della produzione industriale, delle importazioni e delle esportazioni.

In sostanza, la chiusura delle frontiere è una parte importante della lotta contro la pandemia di coronavirus ma non appena la situazione lo consente, il governo deve gradualmente liberare l’isolamento dal mondo esterno. La Repubblica Ceca è totalmente dipendente dagli scambi con gli altri paesi (UE, Russia, Cina).

Al momento economisti, analisti e grandi imprenditori sono sostanzialmente concordi che i confini, per le persone, debbano rimanere chiusi a lungo. Sono invece concordi su una riapertura a scaglioni, a seconda delle necessità della nazione.

E la prima necessità, sorprendentemente, non è quella di mandare le Škoda all’estero ma di far entrare roba da mangiare.  È presto detto perché. Qualcuno (Okamura), ha detto che la Repubblica Ceca non è autosufficiente per colpa dell’UE. Ma non credo che agrumi e pomodori si rifiutino di crescere qui per ordine di Bruxelles. Resta il fatto però che la nazione non è autosufficiente. Qui non si produce abbastanza cibo per tutti e bisogna importarlo dal di fuori.

Procedere per gradi

Secondo le stime dunque, a partire dall’8 giugno, la riapertura dei confini dovrebbe svilupparsi secondo queste fasi: prima di tutto, via all’importazione di prodotti alimentari; dopodiché riapertura per quei settori in cui l’esportazione ceca è particolarmente forte, ovvero auto e macchine industriali; successivamente la riapertura potrebbe passare al personale tecnico specializzato.

Qui però non tutti sono concordi su una riapertura su tutti i fronti e la maggior parte sembra prediligere la riapertura delle frontiere ad est rispetto a quelle ad ovest. Un po’ perché il personale costa meno e un po’ perché pare che gli Stati del blocco esteuropeo riescano a gestire la pandemia meglio rispetto alle controparti occidentali. Questa riapertura prima ad est (sostanzialmente paesi di Visegrad e forse qualcos’altro) e poi ad ovest potrebbe riguardare anche il turismo che come detto, verrà per ultimo.

Se si operasse in questo modo, si stima, i confini con i paesi di Visegrad potrebbero essere tolti a inizio estate per proseguire via via con altri paesi. Anche se è impossibile fare previsioni concrete (e sperando di sbagliare) l’Italia in questa lista sarà parecchio indietro.

Fonte Aktuálně.

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Tiziano Marascohttp://www.tizianomarasco.com
Il Vojvoda | Friulano di nascita, parla 9 lingue e scrive in 4 alfabeti. Ha studiato metallistica all'università di Hedlund e seguito le lezioni del professor Krull. Alimenta la fiamma di Trockij, si è stabilito a Praga nel 2011. All'epoca stava fuggedo dalla Russia, dove aveva tentato di sabotare la rielezione di Putin. Riparato a Vienna ha provato a convincere gli austriaci a riprendere le loro terre, stabilendo però il parlamento al Karlmarxhof. Fallito anche questo tentativo, si è stabilito a Praga dove lo aveva invitato il suo amico Egon Bondy. Potete trovarlo a Žižkov travestito da Major Zeman. Per italia praga one way fa il favellatore di lingua ceca e riceve mezzo chilo di halušky al mese (con la bryndza e la slanina, mica quelli coi crauti).

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