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Cosa resterà di questi mesi di crisi? Una (non) breve riflessione di Andreas Pieralli

Diamo spazio nel nostro blog ad una riflessione di Andrea Pieralli sul COVID-19 e l’impatto che provocherà sulla società.

Andreas è un giornalista e traduttore italo-ceco, amico di lungo corso di Italia Praga one way. Potete trovare altri suoi articoli nel nostro sito.

L’articolo di cui sotto è la trascrizione del video pubblicato da Pieralli sul suo canale YouTube, che vi invitiamo a seguire e dove potrete trovare altri video pubblicati proprio durante questo periodo di quarantena.

Qualche giorno fa invitavo tutti noi a socratizzarci”, ovvero ad ammettere che, noi non esperti del settore, non sappiamo come gestire la crisi, quali decisioni prendere e quali evitare, e quindi invitavo a non pretendere di avere certezze. Sì, perché così come i novelli e improvvisati virologi ed epidemiologi sanno se e quando bisognava chiudere il paese, con la stessa sicumera con cui di solito al bar spiegano se e quando avrebbero fatto scendere Aristoteles in campo, molti pretendono anche di sapere esattamente cosa succederà nei prossimi mesi, quando si tornerà a vivere più o meno normalmente. Certo, è facile in questo momento prevedere sciagure e sventure economiche. Il blocco forzato delle attività economiche, la chiusura di così tanti esercizi commerciali, non potrà non avere ripercussioni negative sull’economia, ça va sans dire. Così come è evidente che i gruppi economici più solidi, che dispongono di ingente liquidità, potranno fare incetta delle attività dei più piccoli che non reggeranno l’impatto, aumentando una concentrazione del potere economico già adesso assai malsana. Né più né meno di quello che succede durante una siccità: si salvano gli alberi con radici più profonde e si seccano quelli con radici meno profonde. Queste, quindi, sono previsioni facili da fare, che al veggente di turno permetteranno di proclamare poi “io lo avevo detto!”. In ceco esiste un modo di dire: “po bitvě, je každý generál”. Cioè dopo la battaglia siamo tutti generali, ovvero tutti sanno cosa si sarebbe dovuto fare.

Meno facile, forse, è però tentare di prevedere quelle che potrebbero invece essere le conseguenze positive della crisi. Intendiamoci, non voglio in alcun modo sminuire le difficoltà economiche di chi ha perso e perderà il lavoro, né tantomeno il dolore di chi ha perso e perderà i propri cari. Dicevo, appunto, qualche giorno fa, di socratizzarci, cioè di ammettere di non sapere, e qui lo ribadisco: socratizziamoci allora anche nelle previsioni future perché, in realtà, a fronte di conseguenze negative palesi che già sono sotto gli occhi di tutti, altrettanto palesi ancora non sono quelle positive. Quando un incendio brucia un bosco, quello che è subito evidente è la distruzione ma, come può spiegare un qualsiasi dendrologo, quelle rovine sono solo il preludio di una nuova rinascita. Il bosco, infatti, rinascerà più forte e rigoglioso, anche perché l’incendio stesso, quando non è di origine dolosa, è un processo assolutamente naturale di purificazione e rinascita.

E allora, sì, assistiamo e assisteremo a maggiore diffidenza tra le persone. La gente si guarderà sospettosa, pensando… “quello lì forse ha il virus, magari è asintomatico?” La gente avrà paura di spendere, forse tenderà a uscire meno, meno socialità, meno spostamenti, meno viaggi, in fondo qui a casa, e per casa non intendo solo il nostro appartamento ma l’ambiente a noi più vicino, sappiamo più o meno come stanno le cose, ma fuori? In un altro paese? Sì, girano tante informazioni, ma quando si arriva a questioni importanti come la salute, fidarsi è bene non fidarsi è meglio. Chissà se non c’è ancora un focolaio nascosto in quel bel posto dove volevo andare in vacanza? Chissà che misure di prevenzione hanno preso alle Bahamas o alle Canarie? Tutto può cambiare. Potrebbe crescere il sospetto verso lo straniero inteso in senso lato come colui che arriva da un mondo a me lontano, che io non conosco, e, quindi, potenzialmente portatore di pericolo. Ma l’aspetto asintomatico, per così dire, più virulento del coronavirus potrebbero allora essere appunto la diffidenza, il sospetto e la sfiducia che ci instillerà sotto pelle. I paesi potrebbero essere tentati di rimanere chiusi a riccio, come lo sono adesso, anche dopo il cessato allarme, magari per rispondere a livello politico alle paure di una popolazione scopertasi fragile e insicura. E a livello europeo assisteremo sicuramente a una resa dei conti violentissima, nella quale sovranisti e populisti di ogni risma non perderanno certo l’occasione di scaricare sull’Unione europea tutte le colpe possibili e immaginabili di questa crisi. O, forse, più in generale, a finire sul banco degli imputati sarà la globalizzazione stessa, visto che l’origine del virus, una provincia cinese dove si produceva non so quale percentuale della paccottiglia mondiale che poi solcava tutti gli oceani ammassata nei container, anche a livello simbolico appare un segnale abbastanza chiaro segnale.

Ma questo è solo un lato della medaglia. L’errore che molti di noi fanno è di guardare istintivamente soltanto al pericolo. In realtà questa è una tendenza assolutamente naturale, umana, troppo umana, direbbe Nietzsche. Il sicuro pericolo immediato è per la nostra sopravvivenza sempre più importante degli incerti vantaggi futuri. Ma così ragiona l’amigdala, la parte più primitiva e arcaica del nostro cervello che ci ha aiutato a sopravvivere da fiere feroci e predatori vichinghi, ma che funziona molto peggio quando il pericolo non è immediato, quando, cioè, non è in termini di sopravvivere qui e adesso. E quindi possiamo fare di meglio e provare a usare anche la parte più evoluta del cervello, quella frontale, cioè la corteccia grigia per intenderci.

E allora proviamo a fare uno sforzo per così dire innaturale, almeno per l’amigdala, e proviamo a immaginarci quali potrebbero essere queste conseguenze positive, diamo loro forma e sostanza con la nostra fantasia, e facciamolo nella precisa consapevolezza che, come ci spiega la scienza quantistica, la coscienza collettiva si compone delle nostre coscienze individuali, e che la realtà in cui viviamo è il prodotto della nostra coscienza, non viceversa. Questo d’altronde, lo dimostra chiaramente anche il caso della borsa dove una semplice informazione, magari senza neanche un supporto fattuale, può scatenare il panico con effetti devastanti sull’economia reale.

E allora cosa potrebbe succedere? Innanzitutto, a livello economico potrebbe essere ripensato in toto il ruolo dello Stato, non più visto come mera vacca da mungere a favore degli strati della popolazione meglio organizzati e più capaci di fare lobbying pro domo loro, quello che io chiamo il socialismo dei ricchi, ovvero socializzare le perdite e privatizzare i profitti, ma visto o da vedere come quella cosa in cui vale la pena investire insieme perché nel momento del bisogno, di un grande bisogno come adesso, in fondo rimane davvero l’unica cosa che ci separa dal caos. I danni economici ci saranno, ma voi riuscite a immaginarvi cosa accadrebbe con uno Stato debole, o addirittura completamente assente, incapace di erogare sovvenzioni, dilazionare i mutui, organizzare aiuti? E con questo non dico che quelle prese siano misure sufficienti, ma, comunque, non possiamo farne a meno. Mi sento anche di poter dire che molto probabilmente verrà ripensato profondamente il sistema della sanità pubblica, e che, se in futuro un politico di destra si presenterà agli elettori proponendo di operare tagli alla sanità pubblica a favore di privatizzazioni che poi vanno agli amici degli amici, magari può anche darsi che costui finirà lapidato dalla furia popolare, mediaticamente parlando.

A livello personale, umano, forse accadrà che, dopo aver preso una consapevolezza più diretta e immediata della nostra fragilità, anzi, usiamo le parole giuste e non nascondiamoci dietro un dito, una consapevolezza della nostra mortalità, perché gira e rigira di questo si parla: della morte, forse la gente riscoprirà un nuovo piacere di vivere, un vivere più intenso, un riscoperto amore per la vita, un desiderio di maggiore vicinanza emotiva e sociale con le persone che amiamo. E magari questo vorrà anche dire meno consumi, perché spesso il consumo era per noi un modo per fugare un’infelicità o un’insoddisfazione personale. Quindi, magari, meno consumi, meno ricchezza ma più intensità di vita. Chi lo sa. Certo, prima o poi torneremo ai nostri casini mentali, alle angosce quotidiane, ai problemi lavorativi, ai litigi di coppia, insomma, al solito tran-tran da cui questa pandemia ci ha temporaneamente strappato, ma, chissà, magari, sottopelle, rimarrà qualcosa di questa nuova consapevolezza. Almeno per un po’. Magari. Forse. Chissà.

A livello di paese si potrebbe anche assistere a una presa di coscienza che le economie chiuse in se stesse non prosperano, non crescono, avvizziscono come piante cui viene ristretto lo spazio da cui attingere le risorse per vivere, e quindi una presa di coscienza che per resistere alla concorrenza mondiale occorre essere uniti, e questo potrebbe portare a un maggiore desiderio di Europa. Per non parlare del fatto che, forse, nella zucca di molti potrebbe finalmente apparire evidente quale vantaggio sia stato finora il poter viaggiare liberamente esibendo con nonchalance al valico di frontiera una semplice carta di identità (nel caso italiano quello straccetto che ci portavamo in giro, invisi e derisi da tutti) o addirittura nello spazio Schengen nemmeno quella. Si passava la frontiera come si passa da una regione all’altra in Italia. C’è un cartello, Toscana, Liguria, ciao a una e benvenuta all’altra. Tutto qui.

Forse, ci si potrebbe rendere conto che delocalizzare le attività produttive sempre e comunque in paesi lontani e instabili non deve essere necessariamente una buona idea, e che, forse, conviene rimanere in un ambito più locale, non dico regionale o comunale, ma magari europeo, con costi sì più alti ma anche con maggiori sicurezze in termini politici, sanitari e sociali. E questo, chissà, potrebbe riflettersi in maggiore occupazione nei nostri paesi. Forse.
Spesso si sente dire che questa sarà la crisi più grande mai esperita dalla nostra società dopo la seconda guerra mondiale, di entità maggiore dell’ultima crisi economica, che era stata scatenata non da elementi fattuali ma dall’avidità di un manipolo di spregiudicati broker finanziari, e che non ha avuto gli stessi effetti ovunque. Ma, sia che la paragoniamo al dopo ‘29 che alla fine della guerra, non dovremmo dimenticarci quello che è seguito. Dal ‘29 se ne è usciti con il New Deal di Roosvelt, che poi si è riflesso in qualche modo anche nel Piano Marshall postbellico, e quindi in tutta quella stagione di grandi investimenti pubblici nelle infrastrutture economiche e sociali e che ha prodotto anche il grande boom economico degli ani ‘60. Così come non dovremmo dimenticare che dal ‘45 siamo usciti con la Dichiarazione universale dei diritti umani, con un nuovo assetto politico, più democratico per molti (purtroppo non per tutti). Di certo mediamente la situazione politica era migliore che nel periodo interbellico. Tornando ancora più indietro mi piace ricordare quello che sostengono alcuni storici secondo cui il Rinascimento è in qualche modo figlio della peste del 1348, l’Illuminismo sarebbe figlio della Guerra dei Trent’Anni e il Risorgimento degli Assolutismi che lo hanno preceduto. Insomma, anche guardando agli scenari apocalittici che l’umanità ha già sperimentato, possiamo vedere che, comunque, ne siamo sempre usciti, con le ossa rotte, ma ne siamo usciti, e col tempo è nato qualcosa di migliore e più grande.

Quindi, tirando le somme, le sciagure della crisi sono certe e lapalissiane, sono lampanti nella loro ovvietà brutale, mentre i possibili vantaggi sono incerti, accompagnati da tanti forse, da tanti chissà, da tanti può darsi. Le prime, le sciagure, si tradurranno in forze centripete dirette alla chiusura, alla restrizione, alla prudenza, mentre i secondi, i vantaggi, si rifletteranno in forze centrifughe, cioè dirette all’apertura, a una collaborazione più profonda, a una rinnovata fiducia. Quali di queste preverranno? Lungi da me pretendere di saperlo, ci mancherebbe, per questo vi ho invitati e vi invito ancora alla socratizzazione, cioè a riconoscere di non sapere. Ma una cosa è sicura: noi nel nostro piccolo quello che possiamo fare, e so che non è facile, è cercare di non lasciarsi prendere dallo scoramento, dalla sfiducia, dal disfattismo e dalla paura, e quindi a non postare negativismo, drammaticità, pessimismo, va bene informare, va benissimo essere informati sulle cose utili da sapere, ma, se non possiamo e non dobbiamo nemmeno ignorare l’amigdala, che è comunque uno strumento di sopravvivenza importante, quantomeno possiamo provare a spengerle un attimo il volume per dare ascolto, invece, a un’altra voce più flebile e non così rumorosa come quella dell’amigdala, che abbiamo tutti, che è quella della speranza, della fiducia, dell’ottimismo un po’ incosciente alla Candide e, magari, anche dare voce alla curiosità per quel mondo nuovo che certamente risorgerà dalle ceneri di questa pandemia. Proviamo, allora, usando la forza della nostra immaginazione, a intravedere già nelle rovine il bosco futuro che ne ricrescerà, più forte, che magari, si spera, sarà più forte, più sano e più rigoglioso.

Se ci crediamo, sarà sicuramente così. Chiedete ai fisici quantistici.

Buona speranza a tutti.

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