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Italiani a Praga: Matteo Mariani, la Rep. Ceca è capace di programmare il futuro

Italia Praga One Way incontra oggi Matteo Mariani, segretario generale della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca (Camic).

Fondata a Praga nel 2001, Camic è un ente no profit che svolge attività di networking e servizi di promozione commerciale delle aziende associate, agevolando l’accesso delle imprese italiane al mercato ceco. Raggruppa un numero significativo di associati, in particolare imprenditori italiani che operano sul mercato ceco.

Nel 2003 Camic viene riconosciuta come Camera italiana all’estero dal Ministero dell’Industria e del Commercio ceco e dal Governo italiano attraverso il Ministero dello Sviluppo Economico, allora Ministero delle Attività Produttive.


Lei lavora per la Camic da 10 anni durante i quali avrà visto molte aziende italiane arrivare a Praga. Riuscirebbe a identificare qualche elemento comune che distingue quelle che non riescono ad “attecchire” da quelle che invece che hanno avuto successo?

Dal 2007 il contesto è cambiato notevolmente. Il mercato attuale, nel bene e nel male, è più maturo. Fino a qualche anno fa, diciamo prima della famosa crisi, le maglie erano più ampie e l’asticella più bassa. Oggi per avere successo e continuità, in ogni settore, servono professionalità e capitali. Esattamente come in Italia. Un altro aspetto molto importante è capire la ČR e i cechi. La mentalità, gli usi e le prassi ceche sono diverse da quelle italiane e l’impatto può essere demotivante, se non devastante. Prima ci si immerge nel contesto e ci si integra, e prima si riesce a trasmettere e comunicare il proprio modello.


Quali sono i settori imprenditoriali dove sono maggiormente presenti gli italiani?

L’Italia è presente in tutti i settori, dal manifatturiero ai servizi, dal commercio alla ristorazione. Anche in ambito industriale, vi sono eccellenze in diversi comparti, come il tessile, la meccanica, l’automotive o l’agroalimentare. Nel settore bancario e assicurativo vantiamo leader di mercato come Unicredit e Generali. Accanto ai grandi nomi internazionali, vi sono poi centinaia di imprenditori, che hanno riprodotto anche a Praga il classico modello italiano di piccola e media impresa, anche famigliare. Nella capitale, ad esempio, siamo tra i leader indiscussi nel settore immobiliare, anche con importanti riconoscimenti a livello nazionale, in particolare nella ristrutturazione e recupero di edifici storici e di pregio.


Esistono ancora dei settori poco “frequentati” dagli italiani che offrirebbero opportunità interessanti?

Storicamente gli italiani non si sono confrontati con i grandi appalti, o lo abbiamo fatto meno degli altri grandi paesi. Ma anche questo sta cambiando. Nell’ultima tornata di prequalifiche per la costruzioni di una serie di tratti autostradali, per la prima volta si sono presentate diverse nostre aziende. Un ingresso in questo senso sarebbe indubbiamente strategico.


Cosa risponderebbe a chi vi accusa di favorire la delocalizzazione e la fuga di capitali all’estero dall’Italia?

Rispondo che non è molto aggiornato. Quella italiana è un’economia matura, siamo la seconda manifattura d’Europa e il costo del lavoro è relativamente alto. Per conquistare quote di mercato all’estero, bisogna uscire di casa. Le distanze sono importanti e molti grandi committenti prendono in considerazione solamente fornitori di prossimità. Un settore per tutti, l’automotive. Per mantenere la propria competitività, è necessario essere internazionali. E questo non vuol dire esclusivamente vendere all’estero, ma anche essere all’estero, perché alcuni mercati non sono conquistabili dall’Italia. Una buona strategia può essere quindi diversificare le produzioni per i vari mercati. Posso fare l’esempio di un nostro socio, leader nella produzione di capsule in metallo per l’industria alimentare, che con l’apertura di uno stabilimento in Repubblica Ceca, dedicato al mercato centro-europeo, in particolare tedesco, ha potuto potenziare la produzione in Italia e battere sul mercato interno il loro più grande competitor americano. In pratica, delocalizzando hanno riconquistato il mercato italiano, escludendo gli americani.


Come sono cambiati gli italiani e le loro aziende che arrivano a Praga in questi ultimi anni?

Prima Praga era una meta ambita da professionisti ma anche da cercatori di fortuna. Arrivava di tutto. Oggi c’è una selezione naturale molto forte e non c’è più spazio per chi improvvisa. Da un lato c’è meno vivacità, dall’altro si può considerare sicuramente un contesto migliore da un punto di vista imprenditoriale. Ma questo è un discorso generale, che riguarda tutti, italiani inclusi.


Quanti soci avete? Sono tutti italiani? E in generale esiste una stima di quante aziende italiane o a capitale misto italiano sono attive in ČR?

Attualmente abbiamo 370 soci e il nostro obiettivo è incrementare questo numero. Crediamo molto nel ruolo della nostra associazione e i soci ci danno riscontri positivi. Fare stime è difficile, perché non esistono registri ufficiali e perché molti imprenditori hanno più società, soprattutto nel settore commerciale e immobiliare. Si parla di 1500-2000 imprenditori, inclusi i piccoli e i piccolissimi. Ma è un numero basato su mere stime, quindi va preso con assoluta cautela.


Gli italiani che vivono qui si rendono ben conto di quanto funzioni bene questo paese. Perché il nostro è invece fermo da più di 10 anni? E’ possibile prendere qualche lezione dalla ČR?

La Repubblica Ceca non è il paradiso, ma siamo tutti concordi nel dire che funziona molto bene. Evito di fare analisi su cosa non vada in Italia, perchè credo che sia un discorso molto complesso, e probabilmente non spetta nemmeno a me fare questo tipo di valutazioni. Quello che invidio di più – in senso buono – alla Repubblica Ceca è la capacità di programmare, anche a livello politico. Le grandi linee strategiche vengono mantenute nel medio periodo, nei 10-20 anni. La riforma fiscale, la legge sugli incentivi agli investimenti, la strategia sui fondi strutturali, sono state create 10, 15 o 20 anni fa e non sono state stravolte dai vari governi, che anche qui si sono alternati. La ČR ha deciso ad esempio di non puntare sull’attrazione di investimenti a basso costo, perché la ČR non è un paese a basso costo. Sin dal primo ciclo di fondi strutturali, programmato nel 2005-2006, ha puntato invece su investimenti ad alto valore aggiunto, finanziando solo questi, con criteri molto rigidi e selettivi. Una strategia seria, che ha pagato e molto. All’Italia questo manca, i piani sono sempre momentanei e spesso vengono rivoluzionati ancora prima che abbiamo potuto dare i primi frutti. Una strategia Paese è importante nel turismo, nella scuola, nello sviluppo economico.


I cechi in generale amano l’Italia per la sua cultura, gastronomia, turismo, arte. Però tendevano a non fidarsi troppo degli italiani nel business. È cambiata questa diffidenza?

Assolutamente. Credo che gli italiani abbiano una buona fama attualmente. Lo dimostrano anche i numeri, visto che l’interscambio tra i due paesi ha superato gli 11 miliardi di euro quest’anno, segnando un +20% in due anni. Sono ritmi di crescita decisamente superiori alla media con gli altri paesi.


Infine una domanda più leggera: per gli italiani che vivono qui a Praga ormai manca poco dell’Italia, clima a parte, ma molti sentono la mancanza di un vero e proprio bar all’italiana. Perché nessuno lo ha mai aperto e quali chance avrebbe un progetto del genere?

Qualcuno lo ha aperto, magari con qualche contaminazione centro-europea, ma cosi come lo concepiamo noi italiani a mio avviso ha poche chance. Semplicemente perché il concept del bar non è così internazionale come può essere ad esempio la pizzeria. Il bar è prettamente italiano e i suoi ricavi si basano su abitudini esclusivamente italiane: la colazione dolce in piedi, l’ennesimo caffè al bancone, il tramezzino al tonno, la gazzetta dello sport, l’aperitivo e l’apericena (perdoni l’espressione!). Gli stranieri, inclusi i cechi, non hanno queste abitudini e la comunità italiana non è così estesa o cosi altamente concentrata in un’area da garantire un flusso sufficiente di clienti. E quindi di ricavi. Comunque se dovesse aprirlo lei, me lo dica, perché il bar manca molto anche a me!


(PS: Un nome per il bar lo faccio: anche se non ha tutte le specifiche definite qui sopra, il Simply U Kravaty 2 di Luca Magnago (intervista qui) ci va piuttosto vicino)



Tiziano Marascohttp://www.tizianomarasco.com
Il Vojvoda | Friulano di nascita, parla 9 lingue e scrive in 4 alfabeti. Ha studiato metallistica all'università di Hedlund e seguito le lezioni del professor Krull. Alimenta la fiamma di Trockij, si è stabilito a Praga nel 2011. All'epoca stava fuggedo dalla Russia, dove aveva tentato di sabotare la rielezione di Putin. Riparato a Vienna ha provato a convincere gli austriaci a riprendere le loro terre, stabilendo però il parlamento al Karlmarxhof. Fallito anche questo tentativo, si è stabilito a Praga dove lo aveva invitato il suo amico Egon Bondy. Potete trovarlo a Žižkov travestito da Major Zeman. Per italia praga one way fa il favellatore di lingua ceca e riceve mezzo chilo di halušky al mese (con la bryndza e la slanina, mica quelli coi crauti).

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